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Economia

La partita su Tim e il solito ritornello: «non passa lo straniero»

L'editoriale di Aldo Tagliaferro 

La partita su Tim e il solito ritornello:  «non passa lo straniero»

di Aldo Tagliaferro

30 Novembre 2021,11:35

I rumours di un interessamento del fondo americano Kkr a Tim circolavano da alcune settimane, ma solo domenica 21 novembre la notizia è deflagrata con l'annuncio di un Cda Tim d'urgenza per affrontare la manifestazione di interesse giunta sul tavolo dell'ex monopolista delle telecomunicazioni italiane.
Immediato il consueto can-can popolar-nazionalista sulla difesa dell'italianità, sul ricorso immediato al golden power (lo «scudo» che può esercitare il governo in questioni strategiche per il Paese), il «giù le mani» dai nostri asset, le agitazioni sindacali, i politici che si svegliano dal torpore accorgendosi di colpo di un settore cruciale come quello delle tlc che in Italia versa da anni in stato confusionale.

Due sono le questioni su cui vale la pena riflettere: una di carattere squisitamente politico sulle operazioni economiche internazionali e una più tecnica sul merito della questione delle tlc. Entrambe, è ovvio, finiscono per intrecciarsi fortemente in un caso come questo.
Partiamo dalla seconda: Tim, il «campione» nazionale delle telecomunicazioni. Dunque, il primo socio - è bene ricordarlo - è già straniero, per la precisione francese: Vivendi, che fa capo a Vincent Bolloré e controlla una discreta fetta del 23,8%. I conti non sono esattamente in salute: nei primi nove mesi dell'anno troviamo il segno meno davanti ai ricavi, all'Ebitda e all'utile netto. E se l'indebitamento è in diminuzione resta di dimensioni ragguardevoli, 22,1 miliardi di euro. Se aggiungiamo che la partnership con Dazn non sta dando i risultati sperati e che quello che resta di Tim è solo l'ombra di ciò che fu un tempo Telecom (ma pur sempre con la bellezza di 50mila dipendenti da gestire) abbiamo il quadro di un'azienda al centro di un settore strategico ma non proprio in cima ai sogni di conquista di un investitore. Aggiungiamoci la madre di tutte le questioni, ovvero quella rete unica delle tlc che fino al 2020 (governo Conte) pareva un'opzione ancora in piedi ma che oggi è impantanata,  perché c'è il rischio che sia di fatto superata da quanto già fatto da un lato da  FiberCop (che fa capo alla stessa Tim e dove guarda caso al 37,5% c'è proprio Kkr) e dall'altro da Open Fiber che fa riferimento a Cdp (con l'australiana Macquarie, toh un altro straniero,  subentrata a Enel in questi mesi).

Dunque il quadro del settore tlc alle prese con la delicata partita del 5G è tutt'altro che lineare e si inquadra in un contesto europeo ancora estremamente frammentato e non più in grado di fornire marginalità soddisfacenti (l'unico business che oggi funziona è quello delle immagini e dei contenuti, non certo la telefonia) a differenza di quanto accade ad esempio negli Usa, dove la concentrazione riduce il mercato a tre soggetti. Qualcuno si è già chiesto perché mai Kkr debba buttarsi in un dossier del genere, ma in realtà abbiamo visto che un piede nelle tlc italiane il fondo americano lo ha già messo e gestendo un portafoglio di 150 miliardi di dollari in giro per il mondo difficilmente può spaventarsi di fronte al controllo di Tim.
Resta però - e qui veniamo al punto politico - che a prescindere dallo specifico del caso Tim ogni volta che un investitore straniero si affaccia sulla finestra del Balpaese si provano a erigere muri. È vero, il fondo Kkr fa il lavoro che fanno i fondi: rilancia un asset per poi rivenderlo e magari fa anche il famigerato “spezzatino” (termine orribile con cui si definisce lo spacchettamento di un'azienda in diversi rami) però parliamo di un investitore che da 45 anni è uno dei più importanti player di mercato, ha partecipazioni in molti paesi europei e la base a New York, non alle Cayman o a Pechino. 


Insomma prima di cantare “non passa lo straniero” i politici italiani (e anche i sindacati, che oggi prontamente saranno in piazza proprio per la vicenda Tim) dovrebbero prima analizzare i fatti e considerare che essere oggetto di attenzione dall'estero è pur sempre un segnale di attrattività. Un'operazione fatta da un soggetto nazionale poco trasparente (ci vengono in mente i “furbetti del quartierino” di qualche anno fa...) sarebbe di gran lunga più discutibile. Perché per una volta non si ragiona sul merito della questione anziché reagire di pancia? Altrimenti viene il sospetto che il «no« allo straniero celi il timore di non poter esercitare un «controllo» da parte della politica. 

La difesa a oltranza dell'italianità sul caso Alitalia ha portato a molteplici fallimenti e allo spreco di miliardi pubblici quando il problema non era essere italiani, ma un modello di business basato sui voli a medio raggio che non poteva stare in piedi. E infatti non c'è stato. Ci sarà  servito di lezione?

© Riproduzione riservata

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