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Editoriale

Inflazione, la risposta delle banche centrali

L'inflazione non scende: la risposta  delle banche centrali

di Augusto Schianchi

23 Dicembre 2021,11:29

Che l’inflazione attuale non è destinata ad esaurirsi in tempi brevi, lo dice la risposta arrivata dalle Banche centrali. Anzitutto la Federal Reserve americana e la Banca centrale europea. Risposta improntata ad un sano pragmatismo, senza pregiudizi sul «cosa si deve fare». Una risposta di tipo graduale, a seconda di quella che sarà l’evoluzione dei dati dell’economia. La storia economica abbonda di esempi, con fondamentali simili, ma evoluzioni molto diverse.

Immediatamente dopo la Seconda guerra mondiale ci fu una fiammata inflazionistica dovuta alla ripresa economica postbellica. Ma nel giro di pochi anni l’inflazione rientrò nella normalità. Per converso negli anni ’70, dopo la moltiplicazione dei prezzi del petrolio del 1973, ci fu una lunga stagione inflazionistica, affrontata con grande debolezza da parte dei governi, incerti su come applicare ricette keynesiane. Nel 1980, il nuovo governatore della Federal Reserve, Volker, affrontò con grande decisione il problema dell’inflazione, avviando la stagione del monetarismo.

La risposta delle banche centrali di questi giorni parte da alcuni presupposti, molto concreti. L’inflazione scenderà l’anno prossimo, ma in tempi più lunghi di quanto si pensasse sei mesi fa. Questa inflazione è certamente dovuta alla rapidità della ripresa economica globale a partire da questa primavera, che ha portato a strozzature dal lato dell’offerta. Ma l’inflazione riflette anche il lato della domanda: gli incentivi forniti dai governi per fronteggiare la crisi indotta dalla pandemia, hanno distribuito liquidità che ha alimentato la domanda di beni e servizi, contribuendo al rialzo dei prezzi. Come sempre, almeno la metà dell’inflazione è da attribuire al rialzo dei prezzi dell’energia, prontissimi a reagire ad eventuali aumenti della domanda. Su questo si sono inseriti manovre speculative, motivate anche da incertezze geopolitiche. Basti pensare al gas russo, di cui peraltro l’Europa ha un grande bisogno.

In ogni caso, la politica di copertura dei disavanzi pubblici da parte delle Banche centrali non può continuare ad oltranza, per evidenti ragioni di credibilità delle Banche centrali medesime. Troppa liquidità innesta aspettative inflazionistiche, conseguenti comportamenti speculativi, inefficiente allocazione delle risorse.

Perché aspettative inflazionistiche combinate con tassi d’interesse troppo bassi, proiettano tassi d’interesse reali (tassi nominali meno il tasso d’inflazione) sotto la soglia di un corretto impiego delle risorse.

Ne consegue che nei prossimi mesi dobbiamo attenderci, oltre al rientro dal finanziamento monetario del debito pubblico, un graduale ma progressivo rialzo dei tassi d’interesse. Questo rialzo di fermerà non appena il tasso d’inflazione sarà stabilizzato; nulla di drammatico, ma dopo quarant’anni di sostanziale discesa dei tassi d’interesse, sta per prendere avvio un ciclo di risalita (seppure minimo, per ora) dei tassi d’interesse, con ovvie conseguenze per le scelte di portafoglio nel campo obbligazionario e dei bond pubblici.

Le politiche di rientro da parte delle Banche centrali sono diverse per la Fed americana e la Banca centrale europea. La politica della Fed sarà più aggressiva perché negli Statu Uniti l’inflazione è più elevata di almeno 2 punti, e (molto importante) il mercato del lavoro è tirato perché la disoccupazione è ormai sotto il 4 percento, quasi da piena occupazione (obiettivo prioritario della politica economica). Inoltre, il debito pubblico americano è elevato, ma sostenibile (quasi per definizione) data la domanda mondiale di dollari, il 70 percento delle riserve monetarie mondiali.

La banca centrale europea (come dichiarato dalla sua presidente Christine Lagàrde) ha presentato un piano di rientro molto più graduale, perché da noi l’inflazione è più bassa, e (purtroppo) il problema dei debiti pubblici nazionali (a partire dall’Italia) molto più gravi. Da qui la necessità di non imporre cure drastiche che aggraverebbero per l’appunto i problemi del debito.

Il prossimo biennio, se la nuova ondata di pandemia non porterà ad un aggravamento drammatico delle condizioni sanitarie, sarà fondamentale per il prossimo decennio dell’economia italiana. Perché si consoliderà la ripresa economica, ma altrettanto si dovrà metter mano al processo, inevitabilmente lungo, di risanamento del debito pubblico nazionale. Il patto di stabilità (oggi in vigore ma sospeso) cambierà, non riproducendo più condizioni di stretta austerità, ma il compito di procedere al risanamento sarà a carico nostro.
Il presidente Draghi ha dato all’Italia una credibilità internazionale impensabile fino a pochi mesi fa. E’ stato riconosciuto perfino dall’autorevole e severissimo Economist, che ci messo al primo posto in Europa.
Nessun dubbio, Draghi deve rimanere dov’è.

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