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Editoriale

Corsa al Colle: D'Alema e la mossa del cavaliere

Corsa al Colle: D'Alema  e la mossa  del cavaliere

di Augusto Schianchi

05 Gennaio 2022,13:09

Secondo i propositi, doveva essere l’elezione unanime. In effetti la corsa verso l’elezione del nuovo Presidente ha subìto una discontinuità e una accelerazione. La discontinuità è rappresentata dall’intervento di D’Alema, indirizzato a rientrare nel PD, con l’intenzione di riprenderselo dopo l’uscita di Renzi e l’indecisione di Letta. L’accelerazione è di Berlusconi che ha dichiarato che se non verrà eletto ritirerà la fiducia dal governo Draghi, provocando ragionevolmente elezioni anticipate.
D’Alema ha rimesso i puntini sulla politica: il governo Draghi è transitorio, il futuro dell’Italia non risiede nelle mani dell’elìte di Banca d’Italia e del Tesoro; il futuro spetta alle forze politiche, sulla base dei risultati elettorali. D’Alema sa benissimo che perderà le prossime elezioni, ma non gli interessa troppo. Ciò a cui tiene è la costituzione di una forza d’opposizione, con un suo potere contrattuale, in grado di contrapporsi alla pari con il governo in carica. Il futuro non sta nelle discussioni sull’età pensionabile (robe che interessano qualche migliaio di voti). Il futuro è geopolitico, l’Italia sta nel mezzo del confronto tra Francia e Germania. Chi prevale governerà l’Europa, il terzo pilastro degli equilibri mondiali.
I D’altronde D’Alema avrebbe potuto interessarsi di qualcosa di meno importante? Il PD è nato dalla fusione della sinistra democristiana con l’ala veltroniana dei DS, un matrimonio mai accettato nell’intimo dall’ala dalemiana.
Berlusconi da parte sua ha scoperto le carte, consapevole che per una parte non piccola dei grandi elettori c’è la vivissima preoccupazione per eventuali elezioni anticipate. «Non le volete? Bene, nel segreto dell’urna votate per me. Ed io vi assicuro che arriverete alla scadenza naturale della legislatura. Con relativa salvaguardia dei vostri diritti acquisiti, anche nel caso di una vostra non rielezione». Una tentazione alla quale per molti parlamentari di oggi è obiettivamente difficile resistere.
A questo punto la palla rimbalza a Letta. Che fare?
Anzitutto una cosa da non fare: ovvero candidare da subito Draghi, per la semplice ragione che sarebbe perdente, perché non verrebbe votato dalle forze del centrodestra concentrati almeno all’inizio su Berlusconi. Letta inizialmente potrebbe avanzare la proposta di un presidente donna, che sarebbe un bene per l’Italia. L’intelligenza pragmatica femminile sarebbe di grande aiuto per l’Italia in questa lunga fase di transizione. Ma va riconosciuto che personalità politiche carismatiche come lo furono Tina Anselmi o Nilde Iotti oggi sono difficilmente reperibili. Personalità professionali altamente qualificate (come la Cartabia o la Severino, e non solo loro) ci sono, ma la politica richiede (forse) qualcosa di più. Semplicemente perché è vero che i tempi sono cambiati rispetto a mezzo secolo fa, ma la percezione della gente è rimasta ancorata ad una tradizione di militanza politica. Non siamo ancora pronti per la Repubblica di Platone governata dai professori.
Berlusconi se fosse eletto sarebbe un presidente divisivo, per ragioni politiche avendo da sempre guidato solo una parte della rappresentanza politica; e per ragioni personali, ben note alle cronache.
Ma la repubblica italiana è fondata anche sul perdono, a partire dalla storica amnistia di Togliatti dopo la guerra. Il presidente della Corte Costituzionale (dal 1957 al ’61) era stato il presidente della Commissione sulla razza durante il regime fascista (Corriere della sera, 4 novembre 2014).
Berlusconi «vorrebbe abbracciare il mondo, ma ha le braccia corte» («Baarìa» di Tornatore). Non è stato l’unico imprenditore dei media ad entrare in politica. Un precedente suo omologo per gli Stati Uniti proviene dallo stesso ambiente, ed è impegnatissimo nel riprovarci tra 3 anni.
E’ la democrazia dell’uno vale uno, del trasferire il mondo delle legittime opinioni dai giornali ai social che tutto sintetizzano in slogan, e tutto riciclano, soprattutto le falsità.
E pensare che i temi politici non mancherebbero, dal crollo demografico al mercato del lavoro, dove il lavoro disponibile nelle imprese non incontra i disoccupati. Intanto i nostri giovani migliori emigrano. Che politica è quella in cui la maggioranza della gente vede da 25 anni peggiorare le proprie condizioni di vita?

© Riproduzione riservata

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