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EDITORIALE

L’assalto al Campidoglio è solo l’inizio non la fine

L’assalto al Campidoglio  è solo l’inizio non la fine

Il Campidoglio

di Paolo Ferrandi

06 Gennaio 2022,12:03

Solo un anno fa le incredibili immagini del Campidoglio – la sede del potere legislativo degli Stati Uniti, cioè della Camera dei Rappresentanti e del Senato – presa d’assalto da una folla di facinorosi, alcuni solo pittoreschi come l’uomo con un copricapo con corna di bisonte e altri molto più inquietanti perché chiaramente appartenenti alle tante milizie più o meno suprematiste che
pullulano negli States, hanno fatto il giro del mondo e lasciato una Nazione sotto choc.
Certo, in breve tempo la situazione è tornata sotto controllo, la violenza - pur con cinque persone morte durante l’assalto - è
sempre stata contenuta e nessun politico eletto è stato malmenato, nonostante le minacce di morte e i cappi agitati dagli energumeni che hanno assaltato Capitol Hill.


Ma il fatto che un simile episodio sia potuto accadere negli Stati Uniti in uno dei giorni più solenni per la politica, cioè quello in cui vengono certificati i risultati elettorali per l’elezione del presidente della Repubblica, ha reso evidente la crisi della democrazia americana. Una crisi che in questo ultimo anno si è accentuata, nonostante gli sforzi per cercare di sanarla.

Se si guarda ai risultati degli sforzi intrapresi per fare in modo che questi eventi non diventino una macabra routine di ogni elezione presidenziale c’è poco da stare allegri. La legge elettorale per le elezioni presidenziali risale alla fine dell’800 – quando il voto non era un diritto universale – e il meccanismo per cui il presidente è eletto da un’assemblea di Grandi elettori che in teoria non hanno neppure vincolo di mandato è particolarmente farraginoso e barocco, tanto è vero che Donald Trump ha cercato in tutti i modi di sfruttarlo a suo vantaggio, fermato solo dalla schiena diritta, nonostante tutto, di alcuni repubblicani come il vice presidente Mike Pence a cui era stato chiesto di non certificare la vittoria di Joe Biden. In più il sistema del Collegio elettorale, aiutando in modo sproporzionato gli stati rurali meno popolosi rispetto a quelli con più popolazione, combinata con il sistema maggioritario secco (a parte eccezioni marginali), già ora rende molto facile che sia eletto un presidente che ha preso milioni di voti meno di chi ha perso. A lungo andare questo tipo di risultato mina alle fondamenta la fede nel processo democratico. Ma nessuna riforma di tipo istituzionale è stata non dico messa in cantiere, ma pensata.


Se a questo si aggiunge che molti Stati – gli Usa sono uno Stato federale vero e le leggi elettorali sono decise a livello statale – hanno accentuato i meccanismi che – disegnando apposta i collegi elettorali per puro vantaggio elettorale, scoraggiando il voto delle minoranze, diminuendo i seggi elettorali, scoraggiando il voto anticipato – rendono più difficile il voto alle persone più povere e più emarginate, si capisce come una parte non piccola del Paese cominci a dubitare dello stesso processo elettorale. In un Paese, tra l’altro, dove per votare bisogna essere registrati e non sempre questo semplice passaggio burocratico avviene senza fatica.
A questa crisi di credibilità dello stesso processo elettorale si deve aggiungere l’estrema polarizzazione dell’elettorato, ormai diviso in due grandi schieramenti sempre più distanti uno dall’altro con i pochi elettori indipendenti schiacciati dall’estremismo dilagante. Da una parte ci sono i democratici, più o meno progressisti anche se in senso non europeo del termine, e dall’altra i repubblicani sempre più conservatori, non solo, come fino a pochi anni fa, sui temi economici, ma anche sui temi sociali. Una divisione politica così netta da rendere le due tribù di americani sempre meno capaci di comprendersi, quasi parlassero due lingue diverse. Se la lingua è, infatti, comune, i media a cui democratici e repubblicani si abbeverano, invece, sono ormai diversissimi. E non stiamo parlando solo degli incontrollabili social media dove ognuno – anche il più sciroccato – ha diritto al suo personale megafono, ma anche dei media tradizionali. Le catene televisive di maggior successo, per esempio, sono talmente partigiane da far sembrare la forte polarizzazione italiana una cosa da educande. Chi si lamenta dei talk show delle reti Mediaset o, specularmente, della Rai e de La7 non ha mai visto qualche ora di programmazione di Fox – se progressista – e di Msnbc se conservatore.


La ciliegina sulla torta è la politica stessa. Joe Biden ha fatto fatica a gestire la difficile situazione nella quale si è trovato ad operare: dalla crisi pandemica ai grattacapi geopolitici come la sempre più difficile sfida con Russia e Cina. E poi ci ha messo del suo, come nella disastrosa ritirata dall’Afghanistan. In più i democratici sono sempre più divisi tra un’ala centrista, piccola ma indispensabile, e un’ala progressista sempre più insoddisfatta, senza che Biden abbia il carisma per riportare la pace. Donald Trump, poi, sembra ancora fermo al 6 gennaio dell’anno scorso e continua a ripetere un cumulo di menzogne su elezioni rubate e inesistenti complotti per metterlo a tacere. Ma, nonostante questo, ha ancora una presa enorme su una parte non piccola dell’elettorato e di conseguenza sul partito repubblicano. Con le elezioni di metà mandato alle porte – si voterà quest’autunno – le accuse reciproche diventeranno ancora più violente. Si spera che la democrazia americana riesca a sopravvivere anche a questa prova. Ma i sintomi della malattia ormai sono evidenti. Solo che nessuno, per ora, vuole iniziare la terapia.

© Riproduzione riservata

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