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Tv del dolore: si ponga un freno

Tv del dolore: si ponga un freno

di Ruben Razzante

07 Gennaio 2022,15:46

Che spazio deve avere sui media la rappresentazione del dolore? È giusto raccontare i diversi volti della sofferenza umana, che sono componente essenziale della vita. Non sarebbe opportuno che i mezzi d’informazione si autocensurassero su particolari che suscitano sentimenti di pietà e solidarietà e dessero risalto solo a una parte di realtà, quella positiva e gioiosa. Tuttavia, la narrazione di vicende tragiche deve contemperare diversi valori ugualmente meritevoli di tutela per non degenerare in macabra spettacolarizzazione. Tali valutazioni entrano in gioco tutte le volte in cui la cronaca giornalistica è chiamata a documentare episodi di violenza anche strazianti e che rischiano di urtare la sensibilità dei protagonisti e del pubblico.

Si definisce «tv del dolore» proprio quella programmazione televisiva che indulge alla drammatizzazione, enfatizza lo strazio delle famiglie delle vittime e punta ad accrescere il pathos degli spettatori.
Oltre quarant’anni fa la tragedia di Alfredino Rampi, il bimbo precipitato nel pozzo di Vermicino, fu il primo esempio di «tv del dolore», con decine di ore di diretta televisiva, edizioni straordinarie di telegiornali e testimonianze di volti noti. Milioni di italiani piansero per il mancato salvataggio di Alfredino e la televisione diventò un grande volano di coesione nazionale, accomunando nei sentimenti di dispiacere e angoscia intere famiglie.
Oggi, però, nei circuiti mediatici quel meccanismo di coinvolgimento collettivo attorno alla sofferenza di un singolo si presenta alquanto alterato. Ne abbiamo avuto riscontro anche nelle ultime ore. Il fastidioso incidente diplomatico tra una trasmissione di Rai1 e una di Mediaset che si contendevano un ospite, nel caso di specie Sebastiano, il marito di Liliana Resinovich, la donna scomparsa a Trieste il 14 dicembre scorso, non può essere liquidato con superficialità. Era stato da poco ritrovato un corpo senza vita all’interno di un sacco e molti indizi lasciavano supporre che si trattasse proprio del corpo di Lilly. Per due trasmissioni pomeridiane di infotainment una ghiotta occasione quella di intervistare Sebastiano per immortalare il suo volto incredulo e passare ai raggi x il suo dramma interiore. La tv pubblica ha accusato quella privata di averle rubato l’ospite. Il conduttore de «La vita in diretta», Alberto Matano, ha attaccato senza troppi giri di parole la sua rivale Simona Branchetti, di «Pomeriggio Cinque News», che ha replicato negando lo “scippo”. Fin qui i dettagli della polemica, che tuttavia appaiono decisamente marginali rispetto al carattere discutibile delle scelte redazionali.
Un uomo apprende in diretta che un corpo ritrovato in un sacco potrebbe essere quello di sua moglie, scomparsa da settimane, e il disinvolto cinismo delle telecamere si preoccupa di farlo parlare, di strappargli una dichiarazione. Un atto di sciacallaggio mediatico che ricorda quello di un’altra trasmissione Rai, che diede in diretta, oltre dieci anni fa, la notizia del ritrovamento del corpo senza vita di Sarah Scazzi, ad Avetrana, mentre in collegamento da casa c’era proprio la mamma della ragazza, che ancora sperava di poterla riabbracciare.
C’è da chiedersi quanto aggiungano al diritto all’informazione scene del genere e quanto invece sottraggano alla tutela dei diritti dei protagonisti dei fatti. L’esibizione della sofferenza di un genitore o un coniuge, i riflettori puntati sul suo volto, la violazione della sua privacy e, nel caso della morte di una persona cara, anche la lesione della dignità della memoria di quest’ultima. Tutti eccessi riconducibili a una “pornografia del dolore”, che usa il dramma di qualcuno come grimaldello per alimentare il circuito perverso della curiosità morbosa e dell’emotività scomposta.
Si tratta di eccessi che la tv coltiva ed enfatizza e i social amplificano a dismisura negli inevitabili rimbalzi dei post e dei commenti. Ci si accanisce su dettagli di dubbio interesse sociale, si scava nella vita privata di persone e famiglie, rivelando particolari eccedenti le finalità informative e che vengono utilizzati come strumenti di accrescimento del pathos anche grazie alla partecipazione melodrammatica del conduttore.
Di certo la drammatizzazione della sofferenza trova terreno ancora più fertile in epoca pandemica, perché il pubblico è maggiormente assuefatto al dolore e sembra chiuso alla speranza.
Proprio per questo i media sono chiamati ad astenersi dalla strumentalizzazione della paura, dei traumi e delle fragilità che si annidano nelle pieghe dell’anima e a riscoprire il valore dell’essenzialità dell’informazione, selezionando con professionalità e buona fede i particolari della realtà effettivamente utili alla comprensione della stessa, senza scadere nel voyeurismo e nel sensazionalismo, patologie che alimentano passioni distruttive e concorrono a lacerare il tessuto sociale anziché a ricomporlo.
La dittatura dello share rischia di produrre mostri quando calpesta la dignità della persona. Si ponga un freno a questa degenerazione del sistema mediatico.

© Riproduzione riservata

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