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l'intervento

Giustizia sempre, giustizialismo mai: introdurre la responsabilità dei magistrati

Giustizia sempre, giustizialismo mai Introdurre la responsabilità dei magistrati

di Giorgio Pagliari

10 Gennaio 2022,11:49

Ho letto e riletto la lettera dell’ex Consigliere regionale, che si è tolto la vita, per capire le ragioni di tante (e così forti) reazioni soprattutto “togate”. Dico subito che non le ho trovate.

A fine lettura (e rilettura), infatti, ho provato profondo rispetto per l’Uomo e per il suo dramma umano, apprezzando la dignità dimostrata nel raccontare la sua vicenda e la sua decisione. È, infatti, il messaggio di una Persona, che confessa la sua insostenibile situazione, caratterizzata dall’angoscia per il presente e per il futuro, dall’insostenibilità (prima di tutto psicologica) della propria condizione e dalla conseguente preoccupazione di diventare un problema, una fonte di dolore quotidiano, per la Famiglia e per gli amici. Una Persona, che, di fronte ad un tale quadro, decide di provocare alla Famiglia un dolore violento, ma comunque temporaneo, per darle una “chance” di futuro, che teme che la sua presenza avrebbe gravemente condizionato.

Questo è il succo della riflessione d’addio, nella quale le parole crude relative alla sua vicenda giudiziaria trasudano, a mio modo di vedere, dolore più che rabbia e non hanno il carattere di una critica (pur legittima in linea di principio) «senza se e senza ma” al sistema giudiziario. Da un lato, infatti, non mancano apprezzamenti per un giudice; dall’altro, sono espresse valutazioni sugli uomini e sulle interpretazioni del ruolo; valutazioni critiche (non entro nel merito), che, per chi frequenta le aule giudiziarie, sono comprensibili e che stigmatizzano un atteggiamento giustizialista talvolta oggettivamente affiorante. Niente di oltraggioso; niente, che giustifichi certe levate di scudi e talune reazioni indignate.

Sinceramente credo che tutto si sia sviluppato perché la lettera ha avuto la funzione della “goccia, che fa traboccare il vaso” determinando l’apertura di una discussione, che ha preso (solo) spunto da detta lettera, ma che si è allargata anche a temi nemmeno implicitamente toccati.

Riprendo esclusivamente alcuni spunti di questa lettera, per niente “scandalosa”.
Il primo spunto è la chiara critica al giustizialismo, che è una questione sistematica, ma anche di atteggiamento individuale.
Giustizia e giustizialismo costituiscono un ossimoro.
La giustizia ricerca il colpevole “oltre ogni ragionevole dubbio”; il giustizialismo tende sia a costruire artificiosamente il colpevole attraverso un uso strumentale dei meccanismi e delle regole, sia a considerare l’essenza dell’attività giudiziaria non l’accertamento della verità (pur sempre e solo processuale), ma l’individuazione ad ogni costo di un colpevole.
Il giustizialismo è una piaga sociale, è l’uso distorto della funzione giudiziale sia inquirente che decidente; è l’espressione massima dello straripamento di potere, cioè, dell’uso della funzione per un fine diverso da quello che le è proprio. E’ la causa dei processi mediatici e di troppi errori giudiziari. E ciò che spinge alla politicizzazione dell’azione giudiziaria: politicizzazione, che – sia ben chiaro – è più marcata ed evidente non quando viene colpito un politico, ma quando tutto viene fondato su una ricostruzione pregiudiziale e agiuridica E’ la negazione della presunzione costituzionale di non colpevolezza, che la Repubblica (nel suo significato più pregnante) deve garantire che non sia solo una petizione di principio formale, ma anche un dato della realtà, impedendo la criminalizzazione delle persone, per il solo fatto di essere indagate.
Questo risultato richiede, tra l’altro, l’introduzione della responsabilità anche della magistratura inquirente per le proprie indagini, per la divulgazione delle informazioni e per i provvedimenti richiesti, qualora viziati da dolo, ignoranza, imperizia o negligenza.

L’irresponsabilità, è ormai un vero privilegio anacronistico perché nessun altro dipendente pubblico ne è esente.
Il secondo spunto è rappresentato – e non è una novità – dalla lunghezza dei processi, che è un anticipo di pena, talvolta con effetti più irreversibili di quelli propri della sentenza di condanna: la condizione di imputato esposto al pubblico ludibrio ha costi umani pesantissimi con risvolti personali e familiari drammatici, come bene illustra la lettera.
Questo impone che questa condizione duri un tempo breve: quello strettamente necessario per celebrare i tre gradi del giudizio. Sotto questo profilo, dei passi avanti, sul piano delle regole processuali, sono stati compiuti, anche se insufficienti.

Su queste basi, negare credito alla lettera è un atteggiamento pregiudiziale del tutto inaccettabile, ma lo è ancor di più continuare a «voltarsi dall’altra parte» e non accettare di «mettersi in discussione» e di collaborare alla soluzione dei problemi. La giustizia come ideale, come organizzazione e come servizio va ricostruita con la collaborazione di tutti.

© Riproduzione riservata

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