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Editoriale

Giustizia per le donne preda del branco

Giustizia  per le donne preda  del branco

di Pino Agnetti

11 Gennaio 2022,13:23

Qualcosa di orribile è accaduto, la notte di Capodanno, in piazza Duomo a Milano. Non una, come era parso in un primo tempo, ma almeno cinque donne sono state aggredite e molestate sessualmente da gruppi di giovani. Tutti di origine straniera, come riferito dai testimoni e documentato da alcuni video girati con i telefonini e rilanciati sui social. In uno, si vede una ragazza con un piumino rosso circondata dal branco che ondeggiando la sommerge e la trascina via nel buio squarciato dai lampi dei mortaretti, come a cercare una tana dove potere consumare in pace il proprio immondo pasto.

È stata la stessa vittima, una studentessa 19enne, a raccontare ancora sconvolta e in lacrime l’incubo di quei 50 interminabili secondi trascorsi alla totale mercé di decine di mani viscide e fameliche prima che l’intervento provvidenziale delle forze dell’ordine ponesse fine al suo supplizio.
Più o meno identico a quello riservato - la scena non cambia - a due ragazze tedesche. Un secondo video ce le mostra intrappolate da un nugolo di giovani nordafricani che, approfittando della confusione generale, le schiaccia implacabile contro le transenne mentre loro urlano atterrite chiedendo aiuto, finché un amico non riesce a rompere a spintoni l’assedio e a portarle in salvo. Nel frattempo, però, il numero delle donne aggredite sessualmente a Capodanno nel cuore di Milano è già salito a cinque e potrebbe aumentare ancora.

Tanto da fare pensare a un remake della allucinante festa di San Silvestro di alcuni anni fa a Colonia, in Germania, quando decine di donne furono aggredite e stuprate da gruppi di stranieri che diedero loro la caccia per tutta la notte. Un “modus operandi” poi ripetutosi anche in altre parti del Nord Europa - vedi Svezia o Finlandia - dove le statistiche ufficiali segnalano un costante crescendo di assalti a sfondo sessuale da parte di cittadini extracomunitari.
Difficile, se non impossibile, trovare traccia del fenomeno nel dibattito pubblico e nei talk show che vanno per la maggiore. Una macchia grave. Perché la violenza di genere, come va di moda chiamarla oggi, è e resta tale, con tutte le sue spaventose implicazioni di natura personale, psicologica, esistenziale e sociale, a prescindere dalla provenienza degli autori. E se non viene denunciata e perseguita con la necessaria forza sempre - ripeto sempre e senza guardare in faccia a nessuno - è destinata a proliferare e a spargere i propri semi velenosi ovunque. Con il rischio che, piano piano, si finisca tutti per considerarla come qualcosa di “endemico” e di ineluttabile. Ma il crimine sessuale di gruppo, in aumento anche in Italia come emerge dai dati della Direzione centrale della Polizia criminale (ovviamente per mano di carnefici non solo stranieri), non è un virus scaturito da un casuale “spillover” (salto di specie) fra uomo e animale, oppure da un malaugurato “incidente” verificatosi in qualche laboratorio ultra segreto. Bensì, il frutto forse più perverso e rivoltante di tradizioni e regole spesso ataviche dominate dall’idea che la donna non sia altro che un oggetto da utilizzare, sottomettere e umiliare a proprio piacimento. Il che ci riporta dritto per dritto al problema delle baby-gang, dato che i fatti terribili di Milano ci hanno appena confermato che le violenze e gli abusi sessuali sono parte integrante del “codice” di queste formazioni (età media fra i 15 e i 18 anni), normalmente egemonizzate da giovani immigrati o figli di immigrati.
Chi non mancherà di gridare, come al solito, al razzismo o peggio ancora all’incitamento all’odio contro il “diverso” è pregato di rivolgersi al pool “Fasce deboli” della Procura del capoluogo lombardo che proprio lì, servendosi dei filmati pubblicati e delle immagini delle telecamere di sorveglianza, sta concentrando le indagini per risalire agli aggressori della notte di Capodanno in piazza Duomo. “Violenza sessuale di gruppo”, è il reato ipotizzato. Un reato che - codice penale alla mano - riguarda non solo gli autori materiali ma chiunque abbia partecipato consapevolmente all’aggressione o incitato a commettere abusi sulla vittima e per il quale sono previste pene fra gli otto e i quattordici anni di reclusione. Tanto per ricordarci che in Italia le leggi, il più delle volte, esistono già. E fermo restando che la revisione delle attenuanti nel caso di reati gravi compiuti da minori appare un tema ormai non più eludibile da parte del legislatore.
In ogni caso, ciò che quelle cinque donne (e chissà quante altre come loro rimaste però lontane dai riflettori della cronaca per scelta oppure perché costrette) si aspettano è solo giustizia. Schierarsi “senza se e senza ma” dalla loro parte è il minimo che una società degna di questo nome - compresi i difensori dei diritti a corrente alternata e a senso unico - può e deve fare. A meno che non ce la si voglia cavare anche stavolta, come fatto dal conduttore di una Tv locale con la collega “palpeggiata” in diretta all’uscita dallo stadio da un “italianissimo” tifoso toscano, con un disinvolto “Dai, non te la prendere”.


 

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