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EDITORIALE

L'azzardo di Putin e la fragilità dell'Europa

L'azzardo di Putin e la fragilità dell'Europa

di Augusto Schianchi

18 Gennaio 2022,13:26

Il programma di Putin è quello di tornare a Yalta. Quando Roosevelt e Stalin si allearono nel progetto di una spartizione del mondo in due aree d’influenza: l’Est all’Unione Sovietica, l’Ovest agli Stati Uniti. Churchill venne emarginato perché si ostinava a difendere la sopravvivenza dell’Impero inglese. Le cose poi sono andate diversamente: dopo 45 anni l’Unione Sovietica si è dissolta, gli Stati Uniti hanno vinto. Ma in seguito gli Usa hanno commesso due errori: il primo è stato quello di aver abbandonato l’amicizia preferenziale con la Cina dopo il massacro di Tienanmen; il secondo quello di aver allargato la Nato, circondando la Russia. Ed oggi, dopo 30 anni dal crollo del Muro, Putin si riaffaccia nel mondo, chiedendo agli Stati Uniti ed alla Nato di non allargarsi ulteriormente, includendo l’Ucraina, il cui governo peraltro ne chiede l’ammissione. In tal caso Putin minaccia di invadere militarmente l’Ucraina.
Putin parte da due premesse. Il primo è che nessuno, Usa e Nato, interverrà contro l’invasione, per impedire l’occupazione russa. Gli Stati Uniti si limiteranno ad imporre sanzioni pesanti. Efficaci solo in apparenza: la rete commerciale russa (più o meno mascherata) in ogni caso sarà in grado di procurare i prodotti strategici per le proprie industrie. In secondo luogo, l’Europa - partire dai tedeschi - è sotto ricatto per le indispensabili forniture di gas, e quindi si asterrà dall’intervenire in modo eccessivo per l’industria russa.
Oltre a questi due presupposti favorevoli, Putin può utilizzare armi non convenzionali, come gli attacchi informatici (oggi fondamentali) e le infiltrazioni paramilitari (la compagnia Wagner) direttamente in Ucraina, per attivare eventuali provocazioni strumentali e sabotaggi.
Date queste condizioni, Usa ed Europa hanno già perso il confronto, e non è neppure certo che, anche garantendo una non estensione della Nato all’Ucraina, Putin si asterrà in futuro dall’invadere l’Ucraina stessa, magari a seguito di una provocazione precostituita ad arte. La Conferenza di Monaco del 1938 è lì a ricordarcelo.
Il programma di Putin è il ritorno agli accordi di Yalta, la divisione del mondo in aree d’influenza, con un’attenzione concentrata sulla distribuzione geografica globale delle risorse strategiche. Lo dimostra il recente e durissimo intervento nel Kazakistan, che è servito anzitutto a preservare il controllo sulle sue riserve d’uranio.
La lezione della crisi Ucraina non dovrebbe andare sprecata.
È necessario che gli Stati Uniti riprendano un dialogo costruttivo con la Cina, a partire dal ristabilire ragionevoli accordi commerciali, dopo la follia belligerante di Trump. L’alleanza con la Cina è premessa necessaria per ricollocare Putin nel suo giusto contesto, e ricondurlo ad una politica moderata.
L’imprevedibilità diplomatica di Trump e l’attuale debolezza interna (in vista delle elezioni di Midterm) di Biden lasciano tuttavia la netta impressione che gli Stati Uniti siano oggi senza una visione strategica, e che il tradizionale Deep State della sua diplomazia sia molto incerto sui propri obiettivi a lungo termine.
Ma chi esce maggiormente indebolito dalla crisi ucraina è purtroppo l’Europa.
L’Europa ha avallato la scelta tedesca di un rapporto privilegiato con la Russia per le forniture di gas, attualmente in una fase di stallo proprio per la crisi ucraina. Si è perso il rapporto con la Libia, oggi sotto il controllo di forze straniere dalle quali l’Europa è marginalizzata. Il Medio Oriente è da cinquant’anni fuori dall’area d’influenza europea. Questa assenza ha condotto ad una mancata diversificazione delle fonti di approvvigionamento, tale da garantire adeguate forniture anche nei momenti di crisi. Il recentissimo blackout di Berlino, con 90mila persone al freddo, ne è l’esempio.
L’assenza di una politica diplomatica unitaria dell’Europa (con la mancanza di un esercito comune) ne costituisce la sua principale debolezza internazionale. Ben nota a tutti i leader europei, i quali tuttavia restano incapaci di superare gli interessi particolari dei singoli Paesi. Con dell’obbligo di decisioni unanimi che non consente significativi passi avanti.
L’Europa produce tanti eccellenti documenti d’analisi politica sul da farsi, ampiamente discussi nelle sedi competenti, ma senza conseguenti decisioni comuni.
L’Europa dimentica la massima del «grande filosofo» Mike Tyson: «Mentre tu stai elaborando i tuoi piani, ti arriva sul muso un gancio tremendo».

© Riproduzione riservata

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