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EDITORIALE

Stampa libera e ruolo delle piattaforme

Stampa libera e ruolo delle piattaforme

di Ruben Razzante

07 Maggio 2022,13:50

Il dibattito pubblico sulle responsabilità del conflitto russo-ucraino è da tempo uscito dall’angusto recinto della geopolitica per invadere il territorio della libertà di stampa. Si ragiona di colpe russe e di aiuti al popolo ucraino, ma si riflette anche sul ruolo che un’informazione libera può e deve avere nella narrazione delle vicende belliche e, perché no, nella rincorsa a una soluzione pacifica.

Le polemiche sulle parole pronunciate dal Ministro degli esteri russo, Sergey Lavrov durante una trasmissione Mediaset rappresentano l’ennesima tappa di una escalation, anche verbale, destinata a pesare come un macigno sui tentativi, finora vani, di composizione del conflitto. Le esternazioni dell’esponente del governo di Mosca sono state certamente discutibili e sfidanti e ospitarle in una diretta televisiva è stata indubbiamente una palese dimostrazione di libertà dei media italiani, che avrebbero anche potuto censurare le opinioni di Lavrov, applicando gli stessi metodi che i media russi riservano al dissenso interno. Ma non sarebbe stato buon giornalismo. Peraltro alcune scellerate affermazioni di Lavrov come quella su “Hitler ebreo” e “gli ebrei antisemiti” si commentano da sole e, da un certo punto di vista, smontano i teoremi della propaganda russa, indebolendone la presa sull’opinione pubblica.

Proprio nei giorni in cui si è celebrata la Giornata internazionale della libertà di stampa, è stato giusto ospitare opinioni diverse rispetto alle ricostruzioni ufficiali della guerra e continua ad essere opportuno che anche le voci in difesa delle scelte di Putin e che offrono un’altra chiave di lettura della guerra in corso possano esprimersi. L’importante è che il giornalista eserciti il suo ruolo di mediatore, evitando di porsi come cassa di risonanza acritica di opinioni altrui. Garantire a tutti la libertà di manifestazione del pensiero non può equivalere a mettere sullo stesso piano tutte le versioni di un evento; riportare gli opposti punti di vista non può voler dire abdicare a uno sforzo di valutazione e di comprensione delle dinamiche della realtà, anche attraverso l’applicazione del contraddittorio e la opportuna confutazione di opinioni discutibili e in alcuni casi palesemente provocatorie.

Nei giorni scorsi sono stati diffusi i dati della classifica annuale World Press Freedom Index, che valuta lo stato del giornalismo e il suo grado di libertà in 180 Paesi del mondo. Durante la pandemia i media italiani avevano ben figurato, posizionandosi stabilmente al quarantunesimo posto, mentre ora sono scivolati alla cinquantottesima posizione. Le ragioni di questo “declassamento”? Molti giornalisti a volte cedono alla tentazione di autocensurarsi, per conformarsi alla linea editoriale della propria testata, ma molto più frequentemente per evitare rappresaglie da gruppi estremistici o criminali e le cosiddette querele temerarie, cioè le denunce per scopi intimidatori, rispetto alle quali un intervento normativo appare sempre più imprescindibile. E in effetti la paralisi legislativa in materia di mezzi di informazione sta rendendo più ardua la difesa della libertà di stampa, che invece dovrebbe essere trattata dagli Stati e dagli addetti ai lavori come una piantina delicata, da innaffiare e curare amorevolmente. E l’acqua in questo caso è rappresentata dalle tutele giuridiche e deontologiche che rinvigoriscono quella libertà, mettendola al riparo dai ricorrenti tentativi di comprimerla e subordinarla a interessi extraeditoriali.

Agire sull’affinamento della preziosa professionalità giornalistica è certamente opera meritoria e tuttavia non sufficiente, se prima non si sciolgono alcuni nodi che attengono alla regolamentazione giuridica dei media e in particolare alla disciplina delle piattaforme web e social.

Nell’ecosistema multimediale questi interventi vanno concepiti in una dimensione sovranazionale, stante la natura ubiqua e deterritorializzata della Rete. Non basta promuovere e sostenere la libertà dei giornalisti se poi la cornice regolatoria entro cui si svolge la loro attività è contrassegnata da posizioni dominanti e da meccanismi deresponsabilizzanti. In questo senso vanno guardati con fiducia gli sforzi dell’Unione europea nella definizione di nuove regole sulla responsabilità dei colossi del web nella circolazione di fake news e di contenuti illegali.

Dopo l’emanazione, tre anni fa, della direttiva 2019/790 sul copyright, che sta conoscendo una graduale attuazione nei singoli Stati a seguito dell’emanazione di norme di recepimento, si avvicina l’approvazione definitiva del Digital markets act (Dma) e del Digital services act (Dsa), che combattono le posizioni dominanti e ampliano le tutele per gli utenti e i vincoli per le piattaforme web e social, chiamate a operare in maniera più efficace e risoluta nelle azioni di contrasto alla disinformazione, all’hate speech e alla diffusione di contenuti dannosi on-line. I colossi della Rete dovranno rendere più facile per gli utenti segnalare i problemi e saranno chiamati a supportare le autorità di regolamentazione nel punire l’inosservanza delle norme. Una sorta di “Santa Alleanza” per il bene di tutti gli internauti e per la crescita della democrazia digitale.

Tutto ciò dovrebbe contribuire a rendere più facilmente riconoscibili in Rete le opere giornalistiche di qualità, prodotte professionalmente dopo attente e scrupolose verifiche delle fonti e nel rispetto del principio di verità e dei diritti della personalità altrui. Ed è auspicabile che la loro valorizzazione, anche economica, diventi la nuova sfida, non solo per chi le produce, giornalisti ed editori, ma anche per chi le diffonde nello spazio virtuale, piattaforme comprese.

© Riproduzione riservata

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