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EDITORIALE

Il discorso del grande dittatore

Il discorso del grande dittatore

di Pino Agnetti

10 Maggio 2022,12:09

Un Putin in evidente difficoltà. Dimesso sia nei toni che nell’aspetto. Potrebbe essere una buona notizia, dopo che per giorni gli analisti di professione si erano arrovellati nel prevedere chi l’annuncio di una dichiarazione di guerra totale con il conseguente richiamo di decine di migliaia di riservisti russi, chi una escalation dai possibili sbocchi anche nucleari. Il fatto stesso che nei 15 minuti scarni del suo discorso lo zar si sia riferito in modo quasi ossessivo al Donbass, evitando nel contempo di menzionare l’Ucraina, potrebbe rappresentare il segnale di una tacita disponibilità ad accontentarsi in futuro di quella sola porzione di territorio (in aggiunta alla Crimea già annessa nel 2014). Se a questo si aggiunge il passaggio in cui Putin ha dichiarato che «L’orrore di una guerra globale non si deve ripetere», ci sarebbe da tirare un mezzo sospiro di sollievo.

S e non fosse che, poche ore prima della mai come stavolta attesa parata del 9 maggio sulla Piazza Rossa, le bombe russe avevano centrato una scuola ucraina ammazzando una sessantina di civili. E che, qualora la difesa del Donbass fosse stata veramente l’unico obiettivo della «Operazione militare speciale» iniziata lo scorso 24 febbraio, le armate contrassegnate con la sinistra «Z» avrebbero dovuto fermarsi lì e non spargere morte e devastazione fino a Kiev e perfino a ridosso dei confini polacchi e di altri Paesi sia Ue che Nato. E dunque l’impressione è che il dittatore di Mosca, non potendo ancora rivendicare neppure uno straccio di vittoria sul terreno, si sia tatticamente limitato a fare rotolare la palla nel campo avversario. Un'impressione avvalorata dalle massicce dosi di vittimismo con cui ha infarcito la sua performance oratoria di ieri, punteggiata di affermazioni una più stupefacente dell’altra. Da «L’Occidente preparava l’invasione dei nostri territori» (!) a «Kiev minacciava di dotarsi di armi nucleari», fino a «La Russia aveva chiesto di avere un dialogo sicuro con l’Occidente, ma questo non ci ha ascoltato». Parole che richiamano in modo impressionante quelle pronunciate da Hitler nel suo discorso del 1939 al Reichstag dopo l’invasione della Polonia. Eccone uno stralcio: «Voi conoscete i tentativi senza fine che feci per una chiarificazione pacifica e comprensiva del problema. Proposte per la limitazione degli armamenti e pure, se necessario, per il disarmo, proposte per la limitazione delle cause di guerra, proposte per l’eliminazione di certi metodi di guerra moderna. Voi conoscete le proposte che ho fatto per soddisfare la necessità di ripristinare la sovranità tedesca sui territori tedeschi… Fu tutto vano». Ebbene, è sufficiente sostituire «tedeschi» con «russi» e l’inquietante «copia e incolla» è bell’e che servito. Con buona pace anche dei propagandisti filo Putin e degli anti Occidente per partito preso di casa nostra, i quali - c’è da scommetterci - ora raddoppieranno gli sforzi per convincerci che, tutto sommato, questa guerra spaventosa nel cuore dell’Europa ce la siamo andata a cercare (sobillati ovviamente dagli Usa) in larga parte noi.
Resta, comunque, il «non detto» di Putin. Il suo mancato ricorrere a dei proclami trionfalistici, come alle tanto paventate minacce da «fine del mondo». Può bastare, tutto ciò, ad autorizzare la speranza di una possibile e non lontana soluzione negoziale? Se, come ha ricordato anche Draghi prima di imbarcarsi per Washington dove oggi incontrerà Biden, è assolutamente obbligatorio «fare ogni sforzo per aiutare a raggiungere quanto prima un cessate il fuoco», va però osservato che l’uomo che 77 anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale ha portato il mondo intero sulla soglia della Terza ieri si sia tenuto, di fatto, le mani libere. Limitandosi a scaricare sugli aggrediti - cioè Zelensky e il suo eroico popolo - e su quanti stanno fornendo loro i mezzi per difendersi e sopravvivere la responsabilità di porre fine al conflitto. Putin non ha nemmeno accennato alla possibilità di una tregua che interrompa, almeno momentaneamente, l’orrido macello che va avanti da mesi. In ciò spalleggiato nuovamente dal più fidato e grottesco dei suoi alleati interni, il patriarca ortodosso di Mosca Kirill, che celebrando la messa della «Giornata della Vittoria» aveva sostenuto che «La Russia non vuol fare male a nessuno, non vuole invadere e occupare le terre di nessuno, non vuole togliere risorse a nessuno, come invece fanno i Paesi più ricchi e potenti del mondo». Quasi una anticipazione della predica tenuta poi sulla Piazza Rossa dal suo amatissimo zar, tutto preso dalla recita del «buon dittatore» preoccupato solo di difendere la patria dall’avanzata del nuovo nazismo. E chissà che, per prepararsi al meglio, Putin non si sia lasciato ispirare dalla scena finale de «Il grande dittatore» di Chaplin in cui il sosia di Hitler lancia al mondo intero il suo proclama di amore e di pace fra gli uomini. I missili che anche ieri sono piovuti su Odessa (distante 700 chilometri dal Donbass!) costringendo pure il presidente del Consiglio europeo Michel a cercare riparo in un rifugio, così come i cadaveri di civili con le mani legate che continuano ad affiorare dalle fosse comuni in tutta l’Ucraina, dicono purtroppo che il dittatore del Cremlino - quello vero, non quello travestito da vittima - guarda sempre a un conflitto di lunga durata. Convinto che, prima o poi, l’Occidente finirà per dividersi e per cedere. Ma proprio per questo sta a noi e solo a noi dimostrare, restando uniti, che ha torto.

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