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EDITORIALE

L'economia italiana e il rischio di stagflazione

L'economia italiana e il rischio di stagflazione

di Mario Menegatti

11 Maggio 2022,12:10

Secondo le stime recentemente pubblicate dal Fondo Monetario Internazionale, l’eventuale perdurare nei prossimi mesi della guerra in Ucraina determinerà due trimestri di crescita nulla o addirittura negativa in tutti i principali Paesi europei, con forse l’unica eccezione della Spagna. Per quanto riguarda l’Italia, questa previsione è in linea con quanto sostenuto già all’inizio del mese di aprile dal Governo nel Documento di Economia e Finanza per 2022, in cui si chiariva che, a fronte degli sviluppi più recenti, le prospettive di crescita dell’economia italiana apparivano in quel momento più deboli e assai più incerte che a inizio anno.

La previsione di un semestre di stagnazione (crescita vicina allo zero) o addirittura di recessione (crescita negativa) si associa, peraltro, ad una fase in cui la dinamica dei prezzi appare estremamente sostenuta, con un tasso di inflazione che si attesta in Italia in aprile, per il terzo mese consecutivo, al di sopra dei cinque punti percentuali. Lo scenario che si apre per il nostro Paese rischia, quindi, di essere caratterizzato dall’inusuale coesistenza di due dei peggiori mali che possono affliggere una economia, stagnazione e inflazione, presenti insieme in quel raro e grave fenomeno, chiamato, a partire dagli anni ’70, la “stagflazione”.

Il fenomeno descritto è, come detto, inconsueto in quanto un incremento dell’inflazione si associa, di norma, ad una crescita positiva mentre una fase di stagnazione/recessione è usualmente caratterizzata da un aumento dei prezzi contenuto. Ciò deriva dal fatto che, normalmente, la dinamica di breve periodo è determinata dal crescere e dal calare della domanda: quando la domanda cresce aumentano i prezzi ma anche la produzione mentre quando la domanda ristagna la crescita è modesta (o negativa) ma i prezzi sono stabili.

Quello che sta avvenendo in questo momento è, però, un fenomeno di altra natura. L’andamento dell’economia è determinato, infatti, in questa fase, da una serie di shock che hanno perturbato non la domanda ma l’offerta di beni e che sono dovuti ai problemi logistici e produttivi e alla carenza di materie prime, determinati prima dalla pandemia e poi dal conflitto in Ucraina. L’effetto complessivo è una contrazione della produzione da parte delle imprese affiancata da un maggior costo di ciascun bene prodotto.

Questa dinamica estremamente negativa può, almeno in parte, venire contrastata dalla politica economica, E’ quello che stanno facendo i Governi e le Banche Centrali. Queste ultime, in particolare, si stanno concentrando, coerentemente con il loro mandato, sul controllo dell’inflazione, attuando (come nel caso della Federal Reserve) o valutando (nel caso della Banca Centrale Europea) manovre di rialzo dei tassi di interesse. Interventi di questo tipo, d’altra parte, pur frenando la dinamica dei prezzi, tendono anche a rafforzare il rallentamento della domanda. La spinta alla crescita viene, quindi, demandata ai Governi, che stimolano la domanda tramite politiche fiscali espansive, come, ad esempio, il bonus di 200 euro introdotto qualche giorno fa dal Governo Draghi. E’ un mix di politiche, completato da quelle introdotte per ridurre il costo dell’energia, che ha un indubbia efficacia ma che, purtroppo, finché la guerra perdurerà, pur attenuandone le dimensione, non potrà, probabilmente, impedire il verificarsi della stagflazione.

Quelli che ci attendono sono, quindi, mesi difficili, in cui tutti saranno chiamati ad agire in modo solidale e con responsabilità. Solo così, infatti, sarà possibile cercare di limitare la portata della crisi ed evitare che essa abbia conseguenze molto rilevanti sul piano sociale, rischiando anche di produrre effetti destabilizzanti per le istituzioni.

© Riproduzione riservata

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