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Le distanze fra Draghi e il duo Conte-Salvini

draghi

di Domenico Cacopardo

12 Maggio 2022,13:17

La visita di Mario Draghi a Washington ha seguito un copione collaudato in 73 anni di alleanza politica e militare. Il premier ha riaffermato la posizione internazionale dell’Italia (lealtà alla Nato, all’Unione europea e amicizia per gli Usa) nel segno della continuità dell’impegno -diretto e indiretto- a supporto dello sforzo bellico e civile ucraino.
Entrambi hanno constatato che Putin non ha, con l’aggressione, diviso l’Occidente, ma l’ha anzi rafforzato. Il che non è affatto vero per l’Italia, alle prese con una forte fazione putiniana.
Certo, la parola «pace» è stata pronunciata sia da Draghi che da Biden, ma il suo significato è ben diverso da quello immaginato da Salvini e Conte.
La pace, risultato auspicato e perseguito nell’incontro bilaterale è una pace che non passa dalla bandiera bianca ucraina ma dalla sconfitta -non necessariamente resa- della Russia. Diciamolo in altro modo: dalla rinuncia del Cremlino alla dissoluzione dell’Ucraina e dall’accettazione dell’esistenza di una democrazia ai suoi confini. Non c’è altra strada per le potenze occidentali al di qua delle parole di circostanza.
Ora, se Draghi ha pronunciato la parola «tregua» (cogliendo così gli appelli del Papa e di parte del mondo politico nazionale), ben sapendo che essa non dipende da Biden ma da Putin, lo ha fatto pensando a Roma e alle illusioni che vi sono coltivate.
Per il resto, la guerra asimmetrica scatenata da Putin ha assunto una fisionomia ben diversa. L’incapacità-impossibilità di vincere sul campo di battaglia (nemmeno lo sparuto gruppo di soldati che presidia i resti dell’acciaieria Azovstal di Mariupol è stato ancora stanato) ha spinto il Cremlino a puntare su bombardamenti terrostici volti a colpire la popolazione civile. L’idea di piegare così gli ucraini non tiene conto della reazione che i bombardamenti hanno provocato nella Seconda guerra mondiale e che provocano oggi: il rafforzamento della volontà di resistere di coloro che ne restano illesi.
Di queste ore è la notizia che il despota bielorusso Aljaksandr Lukašėnka si prepara ad attaccare, a sua volta, l’Ucraina. Un brutto segnale per chi, come noi, teme l’allargamento del conflitto: anche se vi sono forti dubbi sulle capacità belliche delle sue armate e molti segnali sull’insofferenza del suo popolo nei confronti della sua dittatura. Speranze della cui consistenza è lecito dubitare.
Toccherà a Mario Draghi, al ritorno nella capitale, affrontare la maggioranza della coalizione di governo che è contraria alla fermezza. Ed è sperabile che la commedia degli equivoci cui assistiamo dal 24 febbraio si dissolva prima di trasformarsi in tragedia.
Altre questioni sono state esaminate nel colloquio Biden-Draghi: il petrolio, il gas, il grano. Rispetto a essi, la buona volontà Usa si misurerà in petroliere, in gasiere, in stive piene di cereali. E poi, il problema libico: è inutile nascondercelo, per responsabilità occidentali (guerra a Gheddafi) e italiane (inesistenza di ruolo nel dopo-Gheddafi e mancanza di capacità politica) questa nazione, in pieno caos, non è più il nostro naturale fornitore.
È in mani russe e turche.
Insomma, senza un collasso moscovita, sarà difficile tornare a contare.
www.cacopardo.it

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