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Editoriale

L'opera di Verdi censurata alla Scala: un'assurdità

L'opera di Verdi censurata alla scala: un'assurdità

di Vittorio Testa

13 Maggio 2022,12:31

C’è una «Indovina di razza nera» in «Un Ballo in maschera» di Giuseppe Verdi. E quando Riccardo governatore di Boston a fine 1600 chiede perché il giudice esige che sia cacciata («Una donna al bando? Qual è il suo nome e di che è rea?» ) quello risponde: «S’appella Ulrica de l’immondo sangue de negri». Il paggio Oscar la difende: «Intorno a cui si affollano tutte le stirpi» perché è «un’alta divinatrice del futuro». Ma il magistrato insiste: «Che nell’antro abbietto chiama i peggiori d’ogni reo consiglio. Dovuto è a lei l’esilio». Il governatore a Oscar: «Che ne dì tu?». E il paggio: «Difenderla vogl’io»: e scherza allegro, canzonando il giudice. Tesse le lodi di Ulrica divinatrice. Finisce che Riccardo convoca tutti «della gran maga al piè», lui si presenta travestito da pescatore e provoca Ulrica, poi si diverte a sbeffeggiare gli astanti inorriditi dal vaticinio emesso dalla maga per conto del «Re dell’abisso» che gli predice la morte «per man del tuo migliore amico». Lui , ilare e giulivo: «E scherzo o è follia siffatta profezia, ma come mi fa ridere la loro credulità...». Il giudice se ne esce sconfitto, Ulrica profetizzerà ancora, e indicherà «l’orrido campo» dove Amelia, sposa di Renato, il segretario di Riccardo, il Governatore del quale è innamorata, potrà trovare un’erba magica per risolvere la questione di cuore, che poi non funzionerà.
I Dove starebbe lo scandalo? Il direttore d’orchestra Nicola Luisotti non ha dubbi: e zàk, via «de l’immondo sangue de negri» sostituito, sancta simplicitas, con «del demonio maga servile»: che c’entra come i cavoli a merenda. Perché se il musicista toscano avesse ragionato con calma un pochettino avrebbe colto nel libretto di Antonio Somma l’esito di questo scontro: il giudice barbogio razzista viene emarginato e sconfitto: Ulrica non si tocca, resterà nel suo antro. D’altronde non poteva che essere così, visto che il libretto reca la firma di un avvocato patriota risorgimentalista e commediografo di grande successo con la commedia «Parisina».
Il «Ballo» ebbe una storia di complicatissima fattura, sotto il costante tiro delle censure e borboniche e austroungariche, nonché quelle papaline allorché Verdi decise di rappresetare l’opera a Roma, al Teatro Apollo, il 17 Febbraio del 1859. Fu un successo tra i più eclatanti del Grande Roncolese. E’ da quella data che sui muri di Roma e Milano e poi via via altre città compare la scritta «W V.E.R.D.I.»: il nome del compositore interpretato come acronimo di «Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia».
È a questo punto più che evidente l’errore in cui il maestro Luisotti e la Scala sono baldanzosamente incorsi. Perché delle due l’una: o il direttore dirige un’opera della quale ignora il pur parziale significato , coraggioso e lodevole per aver messo in scena la sconfitta del truce giudice razzista. Oppure il direttore Nicola Luisotti non ha meditato a sufficienza sul testo, sulle parole che cantano i personaggi: forse perché scritto in un italiano dell’Ottocento, troppo ostico per la sua propria capacità letteraria.
Checché ne dicano i soloni registi usi ad acconciare a loro proprio piacimento i capolavori operistici, finendo spesso per sconciarli, la Scala, il più grande teatro operistico del mondo, subisce un notevole danno in questa vicenda tragicomica: piccola all’apparenza finché si vuole ma enorme per il significato evidente e per quello recondito. E cioè che nel «tempio» dell’opera ormai si possa mettere impunemente mano a cambiare quel che librettista e compositore avevano deciso: e in più c’è un aspetto tutto Verdiano, essendo il nome del teatro milanese associato a quello di Giuseppe Verdi. Ne ha subodorato il malvezzo il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, presidente della Scala: «Non so, forse la misura presa non è stata ben soppesata, difficile valutarne la portata’», ha commentato, trincerandosi in un ponziopilatesco malumore.
Dalla Scala non un ripensamento, anzi i vertici ne vanno fieri, ritengono d’aver preso una decisione saggia e maieutica, di educazione del pubblico, messo in guardia dalle tentazioni razziste e rispettoso di tutti. E qui siamo alla festa dell’ottusità, perché è chiarissimo che il messaggio insito nel «Ballo in maschera» sia di condanna del razzismo manifestato dal giudice non a caso sconfitto dal paggio e dal Governatore di Boston.
Bene, signori scaligeri. Eccovi un’idea: nella prossima messinscena di «Otello» fate attenzione al canto del Moro (meglio magari ribattezzato il condottiero NonBianco), che nel potente ‘Esultate’’ dice: «L’orgoglio mussulmano sepolto è in mar, nostra e del cielo è gloria: dopo l’armi lo vinse l’uragano». Perché non togliere quel «mussulmano» offensivo per i credenti in Allah. Non sarebbe meglio, che so, una cosa tipo: «l’orgoglio legittimo di una fede diversa ma purtroppo ingiustamente sfortunata…»?

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