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EDITORIALE

La spinta di Draghi per una svolta in Ucraina

La spinta di Draghi per una svolta in Ucraina

di Pino Agnetti

16 Maggio 2022,15:20

Pochi se ne sono accorti. Altri hanno liquidato l’accaduto come scarsamente rilevante. Invece, nei giorni scorsi è andato in scena qualcosa di semplicemente clamoroso. Per la prima volta dall’inizio della guerra in Ucraina, il segretario della Difesa Usa, Lloyd Austin, ha chiamato il suo omologo russo, Sergej Shoigu. La telefonata (durata un’ora, mica cinque minuti) non si è tradotta nell’immediato “cessate il fuoco” chiesto dall’interlocutore americano. Tuttavia, i due si sono parlati e la linea di comunicazione è stata - ed è - aperta. L’artefice di questo mezzo miracolo ha un nome e un cognome italiani: Mario Draghi. Il colloquio fra i massimi vertici militari delle due superpotenze, infatti, si è svolto sulla scia della visita a Washington del nostro premier. Il quale ha espresso a Biden due concetti molto netti. Il primo, che l’Italia (e l’Europa) non intendono mollare di un millimetro nel braccio di ferro con Putin. Il secondo, che (testuale) «bisogna lavorare alla possibilità di stabilire un cessate il fuoco e avviare, ancora una volta, negoziati credibili» dal momento che «in Italia e in Europa la gente vuole porre fine a questi massacri e a questa violenza, a questa macelleria».

Ed ecco il canale di comunicazione diretta fra il Pentagono e il Cremlino tornare quasi magicamente in funzione, con tanti bei saluti a «quelli che Draghi è succube di Biden».
Sarebbe interessante chiedere a questi ultimi la ragione di tanta autolesionistica protervia. Ma sarebbe uno sforzo inutile. Si sta ripetendo, infatti, lo stesso identico schema già visto per la pandemia. Con i «no vax» di ieri che, dai deliri sul «complotto planetario» per ridurci tutti sul lastrico e privarci della libertà, sono passati armi e bagagli alla «Nato che ha provocato e minaccia la Russia». Come se a portare la guerra nel cuore del Vecchio Continente fossero stati i marines spalleggiati dai nostri bersaglieri e non l’armata di saccheggiatori e di massacratori di civili inermi che, da più di ottanta giorni, sta mettendo a ferro e fuoco una intera nazione per ordine e volontà di un solo uomo: Putin. Come dialogare, quindi, con gente che parla e ragiona come il prode Solovyov (l’oligarca russo con doppia villa sul lago di Como) che, sere fa sul primo canale Tv di Mosca, si è scagliato contro Draghi dichiarando che «ha perso la testa, la gente ci chiama per dirci che lo odia?» Sulla seconda parte, ci sarebbe anche da credergli. Basta farsi un giro sui social per rendersi conto delle bassezze di ogni genere di cui è quotidiano bersaglio l’uomo che in poco più di un anno ci ha trascinato fuori dalla fase più acuta della pandemia, convinto Bruxelles che poteva fidarsi a sganciarci i 200 miliardi di euro necessari a finanziare il Pnrr e che adesso, insieme a Macron, sta tenendo l’Europa sulla linea di galleggiamento nell’ora più buia dalla fine della Seconda guerra mondiale. Ma i social (per fortuna) non sono il Vangelo e, soprattutto, non rappresentano la maggioranza della opinione pubblica del Paese. Diversamente, il 90 per cento degli italiani non si sarebbe vaccinato contro il Covid. Così come i sondaggi non mostrerebbero che solo il 6 per cento dei nostri connazionali sta con Mosca.
Ricordato questo a beneficio dei distratti e dei manipolatori di professione, meglio concentrarsi sul secondo fatto clamoroso di questi giorni. Vale a dire, la decisione di Finlandia e Svezia di aderire alla Nato. Una decisione (altra cosa è l’ingresso effettivo che richiede un iter di mesi) presa da due Stati sovrani e dettata dal più elementare degli istinti: l’istinto di sopravvivenza. Che Putin non dovesse gradire granché, è ovvio. Trattandosi dello smacco forse più eclatante fra i tanti collezionati da quando ha invaso l’Ucraina come misura preventiva per difendersi, dice lui, da quella stessa Nato che - sempre per merito suo! - si appresta a inglobare altre due nazioni moderne e militarmente attrezzate, una delle quali confinante per oltre 1.300 chilometri con la Russia. Ciò potrebbe aumentare il rischio di una reazione «incontrollata» da parte dello zar? Allora non si è capito - o non si vuole capire - che gli aggressori si fermano solo facendogli intendere che non sono invincibili e che la potenza di cui dispongono non è illimitata. A questo è servito (e servirà) armare Kiev. A portare la Russia attorno a un tavolo. Perfino fra i vertici militari del Cremlino, scossi dalle ripetute batoste rimediate sul terreno, pare che qualcuno stia cominciando a ragionare in tal senso. Motivo per cui sarebbe altamente auspicabile che anche qui da noi tutti facessero altrettanto. Ad esempio, sostenendo (e non ostacolando infischiandosene del diritto alla autodeterminazione dei popoli) la richiesta di due Paesi tradizionalmente «innocui» e timorosi di fare la stessa fine dell’Ucraina di mettersi sotto l’ombrello difensivo dell’Occidente. Tanto più che adesso anche la Turchia sembra orientata a non porre più il veto all’ingresso nell’Alleanza dei due «nordici».
Alla fine però gli italiani capiranno, come hanno già fatto per il Covid, che il modo migliore per difendersi da un Golia minaccioso e letale consiste nell’affrontarlo con la fermezza e l’unità necessarie. E che mostrarsi deboli e divisi può solo allontanare, invece che avvicinare, la fine dell’incubo.

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