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EDITORIALE

Il dilemma della guerra in Ucraina e gli scenari di una sconfitta della Russia

Il dilemma della guerra in ucraina e gli scenari di una sconfitta della russia

di Augusto Schianchi

18 Maggio 2022,12:55

La guerra in Ucraina è arrivata ad un punto di stallo. Semplificando siamo di fronte a due possibilità.
La prima è che la Russia, senza la baldanza della prima settimana di guerra, continui ad avanzare, senza tuttavia consolidare una chiara vittoria nell’est dell’Ucraina. In questo caso la Russia per fermare la guerra chiederebbe l’appropriazione del Donbass (pur ad oggi non avendolo conquistato completamente), la conferma della Crimea russa, ed un collegamento via terra tra le due regioni. Non pensiamo che questa sia una soluzione accettabile per l’Ucraina e gli Stati Uniti, i quali si apprestano ad approvare nuovi aiuti militari per l’Ucraina di 40 miliardi di dollari.
Qualora questa fosse comunque la conclusione, è molto probabile una continuazione del conflitto strisciante, nello stile russo. In questo caso, la Russia conseguirebbe i propri obiettivi minimi della guerra – conquista del Donbass, ma non la cacciata di Zelenski - e questo apre un interrogativo cruciale, non solo per l’America ma per la Nato.
E adesso quale sarà il prossimo obiettivo per la Russia?

La seconda eventualità è che non solo l’Ucraina non esca sconfitta dalla guerra, ma che addirittura - per l’appunto con il sostegno americano - si riprenda buona parte dei territori finora conquistati dalla Russia. In questo caso la Russia ne uscirebbe sostanzialmente sconfitta, e quale sarà la reazione di Putin?
Nel merito vi sono diversi segnali “deboli” da tenere in considerazione. Il primo è il discorso del 9 maggio di Putin, breve, commemorativo, moderato senza alcuna indicazione per il futuro. Il secondo è che Putin, di fronte allo stanziamento di 40 miliardi di aiuti militari per l’Ucraina e altrettanto per l’ingresso di Finlandia e Svezia nella Nato, non ha espresso reazioni minacciose. Un terzo è che il linguaggio della tv di stato russa è molto più aggressivo e minaccioso rispetto a quello delle autorità ufficiali. Un eccesso di zelo dei giornalisti per la vittoria non ratificato dal governo. Prolungare il conflitto senza drammatizzare oltre misura, mantenendo la pressione sull’Ucraina senza esagerare, potrebbe essere parte della strategia di Putin in attesa che Donald Trump o Ron DeSantis (contrari all’impegno americano in Ucraina) subentrino a Biden.
Ma in questa prospettiva favorevole per l’Ucraina (e gli Stati Uniti) di cacciata dei russi dai confini ucraini, c’è il rischio che Putin (con il suo governo) interpreti questa sconfitta come una minaccia per il proprio regime, con conseguente rischio di una escalation nucleare. Escalation già minacciata nel caso di un intervento diretto della Nato nella guerra. In questo caso il confronto tra Russia e Stati Uniti potrebbe essere il più rischioso dai tempi della crisi di Cuba del 1962.
Comunque vada a finire - l’auspicio è quello di un ragionevole compromesso - due problemi di lungo termine restano ben aperti.
Il primo riguarda la Nato. Solo pochi mesi fa si immaginava che la Nato sarebbe diventata superflua, perché il cuore della geopolitica mondiale sta evolvendo in una direzione lontana dal continente europeo. L’Europa avrebbe dovuto collocarsi (senza tradire le proprie radici occidentali) in una posizione di mediazione tra Stati Uniti e Cina, mobilitando un’alleanza internazionale di grande respiro, ispirata ai principi della Conferenza di Helsinki del 1975. Oggi questa prospettiva pacifista per la Nato non esiste più di fronte dell’aggressività russa.
Il secondo riguarda la Russia ed il suo leader Putin. S’immaginava che l’Ucraina si sarebbe dissolta nel giro di pochi giorni. I pacifisti di casa nostra sollecitavano una resa dell’Ucraina immediata per salvare vite umane: una richiesta sacrosanta, ma le cose sono andate poi diversamente. La Russia è bloccata nella sua invasione; è isolata a livello internazionale, perfino nello sport. La Russia non ha metabolizzato l’esperienza delle potenze forti che hanno invaso paesi più deboli, e che alla fine perdono. Non solo gli Stati Uniti (Vietnam, Afghanistan, Irak), ma anche la Cina, che nel 1979 aveva attaccato il Vietnam. Chi difende la propria casa è molto più motivato di chi aggredisce, che comunque vuole, ancor prim’ancora di vincere, salvare se stesso. Oggi le nuove tecnologie aiutano chi si difende, e impone forti perdite a chi attacca. In Irak e Aghanistan in 20 anni gli americani hanno perso (inclusi i contractors) 15 mila soldati. La Russia ne ha persi (almeno) 30 mila in 10 settimane.
Come ha scritto lo storico Taylor: «Le Grandi Potenze sono tali perché sono pronte ad una Grande Guerra. Ma l’unico modo per restare una Grande Potenza è non fare guerre».

© Riproduzione riservata

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