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Editoriale

Sparatorie di massa: perché negli USA non cambierà nulla

Sparatorie di massa: perché negli USA non cambierà nulla

di Paolo Ferrandi

27 Maggio 2022,16:55

Nei primi mesi del 2022 negli Stati Uniti ci sono state più di 200 sparatorie di massa, mentre in Messico, il secondo paese di questa triste classifica, “solo” otto. Gli altri paesi di questa top ten dell’orrore variano dalle sei del Sud Africa, che è terzo, alle due del Brasile che è l’ultimo. Stando ai dati, quindi, le sparatorie di massa sono una specialità americana. Molte di queste accadono nelle scuole. E non si tratta solo del 2022. Praticamente tutti gli anni ci sono decine di vittime, molte nelle scuole.
E se il numero di 19 bambini e due insegnanti uccisi nella scuola elementare di Uvalde in Texas vi sembra un record, basta tornare al 14 dicembre 2012, quando un ventenne, Adam Lanza, entra nella scuola elementare di Sandy Hook a Newtown, in Connecticut, e apre il fuoco uccidendo 27 persone, fra cui 20 bambini, per capire che i numeri possono essere ancora più pesanti.

Kacey Ruegsegger Johnson è una delle sopravvissute del massacro della Columbine High School avvenuto 23 anni fa, il 20 aprile del 1999 in cui due studenti della scuola di Denver, in Colorado - Eric Harris, 18 anni, e Dylan Klebold, 17 - aprirono il fuoco e uccisero 12 loro compagni e un insegnante prima di togliersi la vita. Ora è incredula e sconvolta.

«Ho il cuore spezzato, e per molte ragioni: i bambini uccisi, ma anche sapere a cosa stanno andando incontro quelle famiglie. Facciamo tutti parte del “club delle sparatorie a scuola” un club a cui nessuno fa la ressa per entrare», ha detto la donna che adesso ha 40 anni e ha quattro figli più o meno dell’età dei bambini uccisi a Uvalde. E proprio 23 anni fa il tema si impose nell’agenda dei media e quindi della politica, ma da allora, se possibile, le cose sono peggiorate.

Per capirlo basta guardare come il problema è stato affrontato in Texas. Lo Stato della Stella solitaria ha una delle leggi meno restrittive degli Stati Uniti e del mondo in termini di acquisto e possesso d’armi. In pratica è possibile comprarle anche da minorenni e non esistono vincoli per il trasporto dopo 21 anni. Si possono portare ovunque, nascoste o visibili senza nemmeno bisogno del porto d’armi. Il “permitless carry” , voluto dal governatore repubblicano dello Stato Greg Abbott, è stato giustificato da una precedente sparatoria avvenuta all’Università del Texas nel 1966, quando l’ex marine Charles Joseph Whitman salì sulla torre dell’Università e, come un cecchino, aprì il fuoco. Il bilancio fu di 16 morti e 30 feriti. Solo che la lezione che i politici texani hanno ricavato da quell’episodio è l’esatto contrario di quella suggerita dal buonsenso. L’idea è che, per fermare un matto armato, bisogna che siano pesantemente armati anche i cittadini. Questo significa che, per rimanere in ambito scolastico, devono essere armati non solo i sorveglianti, ma pure gli insegnanti. Ormai manca poco che si chieda anche ai ragazzi delle elementari di portare una pistola nel cestino con la merenda.

Date queste premesse è difficile pensare che qualcosa cambierà a breve. Prima di tutto perché la Costituzione degli Stati Uniti, con il secondo emendamento che sancisce il diritto di portare armi senza interferenze, dà una sponda formidabile agli amanti delle armi da fuoco, ai loro politici e alle loro lobby. In un Paese di tradizione europea in qualche modo si troverebbe un sistema per adeguare il secondo emendamento alla realtà attuale. Per dire, all’epoca della scrittura del secondo emendamento le armi erano ad avancarica. Ma la dottrina costituzionale degli Stati Uniti, dove è forte la tendenza “originalista”, di solito è contraria ad interpretare in modo diverso dal letterale il testo della legge fondamentale. L’attuale Corte Suprema, poi, a maggioranza conservatrice e che si appresta a ribaltare l’attuale dottrina sull’aborto, non è sicuramente disposta a farlo.

Ma, si dirà, la maggioranza degli americani, secondo tutti i sondaggi, è d’accordo nel porre limitazioni all’acquisto, al trasporto e all’uso di fucili e pistole. In più la più potente delle lobby dei produttori di armi, cioè la National Rifle Association (Nra), acciaccata da scandali grandi e piccoli, non è più all’apice del suo potere. Però il problema politico permane, nonostante gli accorati appelli di tutti i presidenti (compreso Donald Trump), quando accade l’ennesima strage. Il fatto è che per promulgare una legge ci vuole l’appoggio concorde di Camera a Senato. E qui arriviamo al punto. Mentre alla Camera, in caso di maggioranza democratica, una legge federale sulle armi ha molte possibilità di essere approvata, al Senato le cose sono diverse. Molto diverse. Infatti, per riuscire a vincere l’ostruzionismo, serve una maggioranza qualificata di 60 senatori su cento. E questa maggioranza qualificata, visto che le maggioranze nella Camera alta sono di due, tre senatori quando sono ampie, è impossibile da ottenere senza una trattativa infinita e, nel caso delle armi, un tema qualificante per la destra repubblicana e anche per qualche democratico eletto in stati conservatori, impossibile da concludere con successo.

Ecco perché, ancora per molti anni, gli Stati Uniti piangeranno i loro morti e si indigneranno con la politica, mentre i presidenti faranno promesse roboanti, ma a livello legislativo non cambierà nulla. Anzi, in alcuni Stati come il Texas, le leggi diventeranno ancora più permissive, se possibile con il pretesto del fatto che in una società armata fino ai denti i «cattivi» verranno uccisi dai «buoni». Almeno da quelli con una buona mira. E augurandosi che una pallottola vagante, nel frattempo, non faccia esplodere la testa di un bambino.

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