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EDITORIALE

Parma dica la sua nella lotta alla mafia

Parma dica la sua nella lotta alla mafia

di Pino Agnetti

28 Maggio 2022,12:05


Nel 1982, l’anno del martirio del generale Carlo Alberto dalla Chiesa, il giudice istruttore di Palermo Giovanni Falcone scrisse a quattro mani con il suo collega di Milano, Giuliano Turone, un saggio all’epoca rivoluzionario dal titolo «Tecniche di indagine in materia mafiosa». Il senso di quel testo, considerato tuttora e non solo in Italia una sorta di «bibbia» della lotta al grande crimine organizzato, è racchiuso nelle seguenti parole: «Segui i soldi, troverai la mafia». Ed è proprio questa la formula, passata poi alla storia come il «metodo Falcone», che doveva avere in mente Draghi quando, parlando nei giorni scorsi da Milano, ha affermato senza mezzi termini che «la mafia si espande al Nord». Draghi ha anche fatto l’elenco delle regioni «sotto attacco» (Lombardia, Piemonte, Liguria, Veneto, Valle d’Aosta, Trentino-Alto Adige), dimenticandosene però una: la nostra. Con tutti i problemi di cui si deve occupare in questo momento il nostro premier, una omissione tutto sommato scusabile. Un po’ meno, nel caso chi si occupa o aspira a occuparsi della cosa pubblica sui nostri territori. Lo dico perché, in queste settimane di campagna elettorale a Parma, non mi è ancora capitato di leggere o di sentire da parte del nutrito stuolo di candidati a Sindaco il benché minimo accenno alla minaccia immanente esercitata anche a queste latitudini dal fenomeno mafioso. Eppure, appena tre settimane fa, la Corte di Cassazione ha scritto la parola fine al maxi-processo «Aemilia». Vale a dire, al più grande processo mai celebrato nel Nord Italia contro la ‘ndrangheta. Che da semplice «presenza» si è lentamente trasformata in «infiltrazione» e poi in «radicamento». Come testimoniato dalle oltre 70 condanne definitive emesse dalla Suprema corte a carico di altrettanti imputati (fra cui anche imprenditori e professionisti) variamente riconducibili alle ‘ndrine calabresi e in particolare a quella dei Grande Aracri di Cutro, in provincia di Crotone. Per i distratti o a corto di memoria, varrà la pena di ricordare che tutto ebbe inizio nel 2015 con una maxi retata che portò a 117 arresti fra le province di Reggio Emilia, Parma, Piacenza e Modena, oltre che delle lombarde Mantova e Cremona. Da allora, gli indagati sono più che raddoppiati e sono stati necessari ben nove gradi di giudizio per arrivare alla definitiva e sotto tutti i punti di vista «storica» sentenza di cui si è appena detto. Per la procuratrice generale reggente di Bologna, Lucia Musti, la prova scolpita ora anche nel marmo che «L’Emilia-Romagna è un distretto di mafia».
Inutile inarcare le sopracciglia fra l’offeso e il contrariato. È il «metodo Falcone» - «Segui i soldi, troverai la mafia» - ad averci insegnato che la mafia quello, appunto, cerca e segue: i soldi! E di soldi, nella ricca Emilia-Romagna che dopo avere nuovamente dimostrato tutta la propria straordinaria forza di reazione durante la pandemia si appresta ora a ricevere la sua bella fetta di aiuti del Pnrr, ce n’erano e ce ne sono sempre tantissimi. Comunque abbastanza per continuare a collocarci in cima alla scala degli appetiti mafiosi. Da questo punto di vista, sembra quindi logico domandarsi se un’unica Direzione distrettuale antimafia basata nel capoluogo, Bologna, possa bastare in prospettiva ad affrontare la sfida dei grandi poteri criminali in una regione articolata su ben nove province tutte più o meno ai vertici delle classifiche economiche e del benessere in Europa. Ovviamente, si tratta di una materia da studiare e approfondire nelle sedi competenti. Ma a cui la politica, locale e non solo locale, farebbe bene a non sottrarsi. Tenendo conto che Parma, per il suo posizionamento geografico, sarebbe la candidata ideale a ospitare una seconda Direzione distrettuale antimafia competente sulle province anche di Piacenza, Reggio Emilia, eventualmente Modena e (cosa tecnicamente possibile) di altre regioni limitrofe come Cremona e Mantova. Ovviamente, servirebbero spazi e personale adeguati. Ma sia gli uni che l’altro, quando è necessario ed esiste una ferma volontà comune, si trovano! La stessa procuratrice generale Musti, nel salutare con soddisfazione il passaggio in giudicato della sentenza «Aemilia», ha tenuto a rivolgere un particolare ringraziamento pubblico ai «carabinieri dei comandi provinciali di Modena, Parma e Piacenza per l’altissima professionalità e il massimo impegno profuso nelle indagini». A riprova che, quanto a risorse investigative, siamo già messi più che bene.
Ecco allora un altro tema «forte», insieme a quello delle future infrastrutture del nostro territorio, che si spera possa finire - e restare senza sparire in fondo a un cassetto! - sul tavolo del futuro sindaco di Parma e di quello dei suoi colleghi vicini. D’altra parte, la sicurezza con la «S» maiuscola non può e non deve riguardare solo le baby gang e lo spaccio. Sicurezza è anche e prima ancora dovrebbe essere mettere al sicuro le nostre imprese - grandi, medie e piccole - dall’assalto vorace e distruttivo per l’intera società delle mafie. Da noi la campagna elettorale ormai prossima a concludersi sembra essersene dimenticata. Ma il tempo per recuperare c’è ancora. Sapendo, come ha ricordato Draghi abbracciando a Milano la sorella di Giovanni Falcone, che «la mafia non si batte solo con il coraggio dei singoli». E che le parole e le belle intenzioni debbono essere suffragate, mai come in questo caso, dai fatti.

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