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EDITORIALE

La doppia transizione ecologica e digitale

La doppia transizione ecologica e digitale

di Franco Mosconi

19 Giugno 2022,13:11

C’erano tantissimi giovani, provenienti da tutte le parti d’Italia, alla “Green Week”, il Festival della Green Economy, che la nostra città ha ospitato dal 10 al 12 giugno e di cui la Gazzetta di Parma – media partner dell’evento - ha dato ampiamente conto. Portano entusiasmo nei comportamenti e freschezza nelle idee, i giovani: tanto più se, come dicevamo, si tratta di giovani che stanno crescendo e studiando nelle città/università del Nord, del Centro e del Sud del nostro meraviglioso Paese.
Di loro abbiamo disperatamente bisogno per edificare una società più equa, più giusta, meno diseguale, meno spigolosa. E questo vale a fortiori, con tutta probabilità, quando ci troviamo difronte alla «transizione ecologica». Facciamo un passo indietro.


La «duplice (o doppia) transizione, ecologica e digitale» è un’ormai celebre espressione, entrata nell’uso corrente e che dobbiamo alla Commissione Europea (2020) guidata da Ursula von der Leyen. Le due transizioni, a ben vedere, non viaggiano alla stessa velocità: quella digitale si trova in uno stadio più avanzato. Dovendo semplificare, ragioni storico-economiche e ragioni intrinsecamente tecnologiche sono alla radice dei due diversi percorsi.  Basti pensare che l’Olivetti presentava la Programma 101 – il primo personal computer della storia – alla fiera dell’elettronica di New York nel 1965 e che Arpanet – la prima “rete” per collegare centri di calcolo, università ed enti militari – nasceva negli Stati Uniti nel 1969. Sull’altro versante, possiamo forse annotare come pietra miliare il Protocollo di Kyoto, che però è del 1997 e non può proprio essere definito un grande successo.


Sia come sia, oggi c’è un virtuoso incrocio fra i due percorsi, giacché gli straordinari avanzamenti della velocissima transizione digitale (si pensi ai Big Data, all’intelligenza artificiale, ai robot, e così via) manifestano i loro effetti su quella ecologica. Un esempio a noi molto vicino è la Data Valley Emilia-Romagna che sta nascendo: il Council del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF) ha scelto Bologna e il suo Tecnopolo come sede del nuovo Data Center. A questo vanno poi aggiunti numerosi altri elementi (per esempio, il supercomputer Leonardo) che stanno portando a un risultato straordinario: come afferma la Giunta regionale, «il 70% della capacità di calcolo e di conservazione di dati di tutta l’Italia si concentra oggi in Emilia-Romagna». Questo, in ultima analisi, significa migliaia di talenti che sono - e sempre più lo saranno - coinvolti in attività che richiedono elevate competenze nella gestione di grandi masse di dati; dati che, a loro volta, saranno utilizzati per rendere più efficiente e sostenibile sia la crescita delle imprese, sia la vita delle persone. La transizione ecologica, naturalmente, non può fermarsi qui, nel senso che non sarà (solo) il risultato automatico dell’incedere del progresso scientifico e tecnologico. Due definizioni d’autore possono aiutarci in una migliore comprensione del cammino ancora da compiere.


Carlo Petrini, in un suo scritto per il Barilla Center for Food and Nutrition (2016), afferma che “la sostenibilità è un concetto legato a un’idea molto antica: il tempo. Ci parla di quanto a lungo può reggere qualcosa. Non per niente i francesi traducono con durabilité, capacità di durata. Jean Tirole, premio Nobel per l’Economia nel 2014, nel suo bellissimo libro Economia del bene comune (2016), scrive che “se non si registrerà alcun sussulto da parte della comunità internazionale, il cambiamento climatico rischia di compromettere in misura drammatica e perpetua il benessere delle future generazioni”.
Lungo il cammino della transizione ecologica serviranno, dunque, accanto a quelli di natura scientifica e tecnologica, molti altri ingredienti. Certo, servono leggi, regolamenti e prassi di governo: tutti elementi che nell’Unione europea (UE), così come nei singoli Stati membri, non difettano proprio.


Più in profondità, è l’entusiasmo dei giovani che potrà dare il contributo decisivo per cambiare le cose. Insostituibile continuerà a essere il compito di noi docenti, nelle scuole di ogni ordine e grado, nella loro formazione di base, e prezioso il ruolo delle imprese per approfondire le loro competenze. Ora, la formazione dei giovani potrà essere scientifica o umanistica; potrà privilegiare contenuti specialistici oppure essere di taglio più generale. Ma mai e poi mai potrà dimenticare ciò che ha a che fare con la natura umana: l’altruismo contrapposto all’egoismo; la nobiltà d’animo contrapposta al cinismo; l’interesse generale contrapposto alla cura del proprio «particulare». Ogni docente sa qual è la parte giusta. E lo sanno le nostre imprese, a cominciare dalle migliori. La città di Parma si è confermata, nei giorni della «Green Week», un luogo privilegiato per coltivare un’autentica cultura della sostenibilità, che grazie al Magistero di Papa Francesco significa fare riferimento a «una particolare relazione: quella tra la natura e la società che la abita».

© Riproduzione riservata

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