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EDITORIALE

La dissoluzione dei cinque stelle e il governo

La dissoluzione  dei cinque stelle e il governo

di Domenico Cacopardo

23 Giugno 2022,13:57

Questa strana legislatura, la più strana della storia della Repubblica, è giunta martedì alla strettoia
progettata da Giuseppe Conte: un voto parlamentare (negativo almeno da parte 5Stelle) sulla politica estera del governo e sulla collocazione del Paese rispetto alla guerra in Ucraina e al supporto militare (minore di quello della Lettonia) fornito dall’Italia.
Non importava a Conte e ai suoi di compromettere oltre alla posizione internazionale dell’Italia, la sua governabilità in materie esplosive come gli approvvigionamenti di gas e petrolio, l’inflazione in corso, i problemi dell’agricoltura e delle imprese, la siccità.

Non poteva sapere, l’avvocato Conte – l’uomo, nonostante tutto, rimane un naif rispetto alla politica professionale - che chi tocca i fili dell’alta tensione della politica estera muore politicamente e anche peggio (vedi Craxi, Andreotti e, forse, Moro).
Il blitz di Conte è miseramente fallito e il governo ha incassato un’approvazione incondizionata della propria politica e un mandato pieno per i prossimi vertici europei, G7 e Nato. Le tensioni accumulate tra una parte dei 5Stelle, capeggiata da Luigi Di Maio, maturato dall’esperienza alla Farnesina, e il resto legato per vari motivi alla gestione Conte sono esplose coagulando una significativa scissione.
Non credo che il governo Draghi si sia consolidato con questa operazione che, per comodità, possiamo chiamare «Operazione Di Maio», ma è probabile che l’ipotesi di elezioni anticipate sia stata schivata e che quindi la legislatura prosegua sino a naturale scadenza.
Bolle in pentola - se ne scorgono i segnali- il disagio presente nella Lega tra la parte legata ai territori e alle loro economie, insomma il partito dei presidenti di regione e di alcuni componenti del governo, rispetto alla conduzione aggressiva di Matteo Salvini. Non è chiara, però, quale ne sarà l’evoluzione.


Ogni giudizio, però, deve rimanere sospeso in relazione alle tante variabili in essere. Prima di tutto il nuovo partito di Di Maio potrebbe determinare ulteriori smottamenti dei 5Stelle o, per converso, vedere ridursi il numero degli attuali aderenti. Il tutto dipenderà dalle concrete possibilità che avrà Di Maio di definire una convincente piattaforma ma anche di accontentare i suoi seguaci in materia di candidature vincenti nel 2023. Tema, quest’ultimo, difficile e tragico per tutto il mondo grillino che, riducendo il numero dei parlamentari, ha innescato la bomba a tempo della propria dissoluzione.
In secondo luogo, il richiamo formulato dal ministro degli esteri alla politica di Draghi dovrà essere messo con i piedi per terra: se verso un “partito draghiano” si andrà, chi ne saranno i componenti?
Non è, infatti, detto che l’idea di creare il rassemblement che si richiami a Draghi riesca a concretizzarsi e nemmeno con quali uomini, anche perché c’è un paese produttivo, industriale e finanziario che questo vorrebbe, ma che non intende compromettere un simile ambizioso disegno con personale politico inadeguato.
Insomma, il vero passaggio cruciale deve ancora essere superato e non è detto che lo si superi: si tratterebbe di un cambiamento di scenario che dovrebbe condurci a una scomposizione generale del quadro politico e a una ricomposizione fondata su un asse centrale riformista e moderato, garanzia per gli italiani e per gli impegni politici e finanziari che la Repubblica ha assunto a livello internazionale.
Non basta sperarci.
www.cacopardo.it

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