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EDITORIALE

In Ucraina è in gioco il futuro del mondo

In Ucraina  è in gioco il futuro  del mondo

di Pino Agnetti

02 Luglio 2022,14:30

Dai e ridai, a forza di ripetere che il mondo stava cambiando, il mondo è cambiato per davvero. È quanto emerso dai tre vertici - Consiglio europeo, G7 e da ultimo il summit Nato di Madrid - che, in meno di una settimana, hanno sancito un mutamento iniziato in realtà ben prima della invasione dell’Ucraina ma divenuto irreversibile proprio a partire dalla data fatale del 24 febbraio scorso. Che poi il mondo sia cambiato in peggio, lo hanno capito e ce ne stiamo rendendo conto tutti. Il fatto è che le cose potrebbero peggiorare ancora e di brutto. Soprattutto se Putin vincesse, come sui campi ucraini bucherellati come il groviera da migliaia di colpi sparati dall’artiglieria russa sta purtroppo, anche se non irrimediabilmente, avvenendo. Inutile nasconderlo: sotto quel diluvio ininterrotto di missili e di proiettili che avanza metro dopo metro come una falce infuocata incenerendo tutto al proprio passaggio, compresi i centri commerciali e i palazzi gremiti di innocenti, è praticamente impossibile resistere. E infatti lo stato maggiore ucraino ha ordinato una serie di ritirate definite «tattiche» ma che ritirate, sia pur parziali, restano. Ciò dovrebbe forse consigliare una resa?

Allora si vede che molti non hanno ancora capito di che pasta sono fatti gli ucraini. Né hanno letto la storia, che ci dice che quando nel V secolo a.C. le armate persiane del re Dario I il Grande si lanciarono alla conquista delle terre a nord del Mar Nero, certe di poterne fare un solo boccone, gli Sciti che colà dimoravano e che secondo i Greci erano figli di Eracle (l’Ercole dei Romani) organizzarono una strenua resistenza fatta soprattutto di guerriglia e insieme ai popoli vicini con cui si erano alleati costrinsero alla fine gli invasori a ritirarsi. Tutto narrato nel IV libro di Erodoto, il quale però non poteva certo sapere che gli Sciti di allora avrebbero cambiato nome diventando gli ucraini di oggi!


Forse è anche per cancellare ogni traccia di un passato per lui scomodo e pieno di sinistri presagi che lo zar ha fatto trafugare dal museo di Melitopol, nell’Ucraina meridionale ora sotto controllo militare russo, decine di manufatti in oro, argento e bronzo appartenuti ai lontani progenitori di una entità che, a suo dire, non merita neppure di esistere sulle carte geografiche: ennesimo inquietante collegamento con Hitler, per via della nota passione del Führer e dei suoi sanguinari gerarchi per il patrimonio artistico europeo razziato sistematicamente - conquista dopo conquista, annessione dopo annessione - per finire nei musei del Terzo Reich a simboleggiare il trionfo del nazismo sugli odiati sistemi democratici e liberali. Per i quali oggi, ed è questo il senso vero dei tre vertici di cui si diceva all’inizio, è arrivato il momento di prendere atto che la Guerra Fredda iniziata sulla scia del Secondo conflitto mondiale, in realtà, non è mai finita. O, per lo meno, non è mai finita per chi ha solo finto di rinunciare ai propri disegni egemonici.

Lo si evince dalla malcelata stizza con cui Putin ha reagito all’allargamento della Nato a Svezia e Finlandia, per altro da lui stesso causato proprio aggredendo l’Ucraina e senza che quest’ultima rappresentasse la benché minima minaccia militare per la Federazione russa (inutile cercare di ragionare con chi, succube oppure complice della propaganda del Cremlino, si ostina a sostenere il contrario). E lo si capisce ancora più chiaramente dai toni furibondi con cui Pechino ha bollato l’esito del vertice Atlantico di Madrid parlando di «sfida sistemica alla pace e alla stabilità nel mondo». Affermazioni surreali, visto che provengono da chi ogni due per tre non fa che ripetere di essere prossimo a invadere Taiwan. Ma in realtà più che comprensibili considerata la preoccupazione del Dragone di non potere più agire indisturbato «nel cortile di casa» inteso (sempre da Pechino) come tutta l’area che va dall’Asia al Pacifico e da lì all’Africa e perfino all’America Latina. Insomma, praticamente l’intero globo terracqueo esclusi (bontà loro!) Stati Uniti ed Europa (ma solo quella che finisce dove iniziava la vecchia Cortina di ferro).


Basterebbe questo per rendersi conto che la sfida che ci accompagnerà negli anni a venire sarà fra il nuovo imperialismo incarnato dall’asse Mosca-Pechino e il fronte delle democrazie che, in Occidente ma non solo, non intendono farsi divorare o sottomettere pezzo dopo pezzo. La prima linea di questa sfida, oggi, è l’Ucraina. Ed è per questo che è non solo moralmente doveroso ma anche un nostro preciso interesse diretto - se vincono Putin e Xi Jinping il pallino su guerre, siccità, carestie, rincari dell’energia e cambiamenti climatici saranno loro ad averlo in mano, non noi! - fare di tutto e fino a quando sarà necessario per sostenere la resistenza del popolo ucraino. Cessassimo domattina stessa di farlo, ci ritroveremmo in un mare ancora più infido e tempestoso. Il che vale anche per il Mediterraneo, che noi italiani per primi abbiamo tutto l’interesse a sottrarre al dominio dei nostri avversari strategici (vedi la Libia piena zeppa di mercenari russi) dato che da lì passerà buona parte dei nostri futuri approvvigionamenti energetici. E sempre lì si giocheranno le sorti di un’altra partita decisiva: quella migratoria. Il mondo è cambiato e cambierà ancora. E solo affrontandolo uniti, insieme ai nostri alleati vecchi e anche nuovi, potremo sperare di non finirne travolti.

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