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Editoriale

Il nuovo scudo anti spread della Bce: si dovrà meritare

 Il nuovo scudo anti spread della bce: si dovrà meritare

di Marco Ziliotti

27 Luglio 2022,13:11

Nella seduta del 21 luglio scorso il Consiglio Direttivo della Banca centrale europea, all’unanimità - quindi anche col favore dei rappresentanti dei «paesi frugali» - ha preso due decisioni cruciali. Da un lato, dopo undici anni di politiche monetarie espansive, ha aumento dello 0,50% i tassi ufficiali di interesse (il doppio, rispetto al quarto di punto precedentemente ipotizzato), prendendo in tal modo definitivamente atto che l’inflazione (a giugno media Ue 8,6%) non può più essere gestita come un fenomeno contingente.
In secondo luogo, è stata - non a caso contestualmente - annunciata l’introduzione di un nuovo strumento - Transmission Protection Instrument, T.P.I. - volto a «contrastare ingiustificate, disordinate dinamiche di mercato che mettano seriamente a repentaglio la trasmissione della politica monetaria a tutta l’area Euro». Un ulteriore bazooka, insomma (oltre all’Outright Monetary Transactions introdotto nel 2012, ai tempi del famoso whatever it takes di Draghi, ed al Pepp, Pandemic Emergency Purchase Programme, introdotto appunto nel 2020), per scongiurare il rischio - ben noto da oltre un decennio in Italia - di impennate dello spread.

È forse il caso di ricordare che il problema dello spread nasce dalla peculiarità - anzi, unicità - della governance economica nell’area Euro: a fronte di un’unica moneta, e quindi di una politica monetaria necessariamente unitaria, permangono amplissimi spazi di discrezionalità in capo ai singoli paesi membri riguardo alle politiche fiscali e, conseguentemente, elevatissime differenze fra i rispettivi stock di debito pubblico sovrano.
È per questa ragione che quando insorgono rischi economici comuni all’intera area, essi potenzialmente sono in grado di provocare effetti molto differenti, assai più severi sui debiti sovrani percepiti come meno sostenibili (non esiste un problema di rimborso di un debito sovrano, fino a che esso evolve su traiettorie che comunque rendano puntualmente sostenibili il pagamento degli interessi ed il rifinanziamento delle tranches in scadenza).

Così, nonostante l’inflazione viaggi attualmente alla stesa velocità in Italia (8%) ed in Germania (7,9%), i titoli di stato italiani di nuova emissione, per attrarre investitori, devono pagare un differenziale di rendimento - spread - su quelli tedeschi che oscilla fra il 2% ed il 2,5% (che significa un costo per i conti pubblici italiani di circa il triplo - come rendimento percentuale dei titoli di stato - rispetto ai tedeschi).

In questo contesto, il messaggio della Bce è chiaro (infatti, al momento, positivamente recepito dai mercati): la Banca Centrale Europea è pronta ad intervenire, senza limiti alle risorse eventualmente necessarie, per impedire attacchi speculativi su potenziali anelli deboli dell’Euro - in primis, l’Italia; tant’è che l’acronimo dello strumento è già stato ribattezzato To Protect Italy -.

Tuttavia, il T.p.i. sarà subordinato ad alcuni cruciali presupposti: il paese interessato non dovrà avere in corso procedure per eccessivo disavanzo o per eccessivi squilibri economici; dovrà essere in regola con gli impegni presi riguardo al P.n.n.r. e con la Commissione Europea; infine, il suo debito pubblico dovrà collocarsi “su un percorso stabile e sostenibile”. Non sarà necessaria, come ai tempi della Troika per la fruizione dell’O.m.t., la firma di un vero e proprio protocollo di assistenza finanziaria, ma è evidente, soprattutto riguardo all’ultimo requisito di sostenibilità, che la sua valutazione, spettante alla stessa Bce con ampi margini di discrezionalità, non potrà che fondarsi sulla credibilità delle politiche fiscali annunciate e poste in atto dai rispettivi governi.

Da sottolineare, in tal senso, che l’efficacia degli strumenti in esame, quale il T.p.i., ha valenza soprattutto preventiva: è l’annuncio di tale robusto scudo protettivo che deve rappresentare ex ante un segnale in grado di dissuadere i mercati da speculazioni sui debiti sovrani potenzialmente più vulnerabili. Il che significa, a ben vedere, che i governi - in particolare, quello italiano che si insedierà dopo le imminenti elezioni - dovranno risultare credibili, prima ancora che presso la Bce, nei confronti dei mercati che, è bene ricordare, sono, in ultima analisi, i risparmiatori.

Una fiducia che si dovrà meritare senz’altro coi fatti, ma, in questo caso, anche con le parole che verranno utilizzate nei programmi e nelle promesse della campagna elettorale.

© Riproduzione riservata

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