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EDITORIALE

Biden, strada in salita per le elezioni di midterm

Biden, strada  in salita  per le elezioni di midterm

di Paolo Ferrandi

29 Luglio 2022,12:53

Visto dall’Italia, dove finire una legislatura nei tempi stabiliti è praticamente impossibile come si è visto con questa assurda crisi di governo balneare che ha anticipato le urne alla fine di settembre, gli Stati Uniti sono un Paese con una straordinaria linearità dal punto di vista delle scadenze elettorali. Ogni 4 anni si elegge il presidente e ogni due anni vengono eletti (o rieletti) tutti i membri della Camera dei Rappresentanti e un terzo di quelli del Senato. In questo modo, a metà del mandato presidenziale (da qui il nome di elezioni di midterm), i cittadini hanno la possibilità di mandare un segnale forte alla Casa Bianca, che può essere (ma non succede quasi mai) positivo oppure (e succede quasi sempre) negativo.


Il sistema politico Usa, infatti, prevede che il pur enorme potere esecutivo del presidente sia temperato dal potere legislativo, cioè dalle Camere che, oltre ad avere potestà su leggi essenziali, come il bilancio, impostano l’agenda legislativa da cui l’amministrazione non può prescindere anche se, con lo strumento degli ordini esecutivi, può, in parte, far marciare il proprio programma. In più il Senato ha un enorme potere perché deve convalidare le nomine della Casa Bianca, sia quelle dell’amministrazione che quelle del potere giudiziario.

La maggioranza conservatrice della Corte Suprema è anche frutto di un uso spregiudicato, da parte repubblicana, di questo potere che ha impedito all’amministrazione Obama di nominare un giudice nell’ultimo anno di mandato del presidente, mentre ha consentito all’amministrazione Trump di insediare una candidata a pochi giorni dalle elezioni presidenziali.

È quindi essenziale per Joe Biden cercare di mantenere la risicata maggioranza dei democratici al Congresso e difendere la sostanziale parità tra dem e repubblicani al Senato, che, però, la vicepresidente Kamala Harris, quando serve, può spezzare con il suo voto. In realtà le cose sono ancora più complesse perché il regolamento del Senato è talmente rigido e garantista con le minoranze che senza almeno 60 voti tutte le leggi possono essere messe in stand-by per un tempo indefinito. Una regola che, in questi tempi di estrema polarizzazione politica, alla fine sta bloccando gran parte dell’attività legislativa.
Biden, secondo i sondaggi, avrà una strada in salita, visto che la sua performance, per ora, non è stata giudicata sufficiente dalla maggioranza di chi si recherà alle urne. In sostanza i democratici hanno un problema di scarso entusiasmo della base elettorale – che porta a una possibile bassa affluenza dei cittadini dem – e stanno perdendo in parte gli indipendenti che nelle scorse elezioni hanno votato per i democratici pur non sposandone in tutto e per tutto l’agenda politica. A questo si aggiungono i problemi economici che proprio ieri si sono concretizzati nell’ufficializzazione della recessione tecnica dell’economia a stelle e strisce. Una recessione tecnica è la diminuzione per due trimestri del Pil di uno Stato e non significa che alla fine si arrivi veramente a una recessione conclamata, ma dal punto di vista politico può diventare devastante per un presidente in carica. Forse è proprio per questo che il presidente, sempre più anziano e che si è appena rimesso dal Covid, ieri ha fatto una conferenza stampa per rassicurare gli americani, in sostanza dicendo che l’economia Usa è solida, continua a creare posti di lavoro e i livelli di spesa delle famiglie non sono in diminuzione. In sostanza, la spiegazione di Biden è che il rallentamento economico è dovuto alle manovre della Fed – l’autorità monetaria negli Stati Uniti – che sta rialzando i tassi (l’ultima volta proprio l’altro ieri) per fermare l’inflazione. Il che è del tutto vero. Ma non tiene conto, volutamente, del problema principale, cioè di un’inflazione molto pesante che sta erodendo il potere di acquisto delle famiglie e può portare a una deleteria spirale inflazionistica tra rivendicazioni salariale (in un mercato del lavoro con un tasso di disoccupazione molto basso) e aumento dei prezzi. All’orizzonte c’è quella che con una brutta parola si chiama stagflazione cioè un contesto di contrazione economica associato a un’inflazione che rimane lo stesso molto forte. L’equivalente della kryptonite per un presidente debole come Biden che fa fatica, nella sua naturale moderazione (o apatia), anche a sventolare i temi identitari della politica progressista che, pur essendo divisivi, tendono a scaldare la propria base elettorale.


Vediamo ora le chance dei repubblicani. In sintesi, i conservatori americani hanno un’opportunità che è anche il loro più grosso problema. Donald Trump ha ancora un seguito molto forte tra gli elettori più conservatori – che può trascinare alle urne in massa –, ma fa fuggire gli elettori centristi, tra cui i molti indipendenti senza i quali non si vincono le elezioni. Le chance dei repubblicani, quindi, si giocano tra il potere di attrazione di Trump e la repulsione che provoca. Se il saldo sarà negativo i democratici se ne avvantaggeranno. Se sarà positivo i repubblicani potranno strappare Congresso e Senato ai democratici e azzoppare Biden che di suo è già un presidente non memorabile. Ecco perché anche i problemi giudiziari del tycoon conservatore – che probabilmente sarà sottoposto a un’indagine federale per l’assalto al Campidoglio del 6 gennaio 2020 – possono influire sul risiko elettorale. Da una parte le continue rivelazioni sul suo ruolo nell’organizzare la rivolta lo stanno danneggiando, ma, dall’altra parte il sospetto che l’indagine, almeno per molti repubblicani, sia motivata politicamente lo fa sembrare un martire della causa conservatrice e, in qualche modo, lo rende ancora più forte.

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