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EDITORIALE

Il pluralismo si applichi anche ai social

Il pluralismo si applichi anche ai social

di Ruben Razzante

30 Luglio 2022,12:36

M ancano meno di due mesi alle elezioni politiche e i toni dello scontro tra i partiti sono sempre più accesi. Prevalgono - è apparso chiaro fin dallo scioglimento anticipato delle Camere - i toni propagandistici, mentre di programmi originali e lungimiranti non se ne vedono ancora. L’informazione ha la responsabilità di applicare i principi del pluralismo e del contraddittorio, per evitare di diventare faziosa e per assicurare ai cittadini-elettori il diritto ad essere informati correttamente
sulle diverse opzioni in campo.


Si sa, però, che i leader di partito e di coalizione e i singoli candidati tentano di piegare i mezzi d’informazione ai loro interessi e quindi è compito dei giornalisti applicare con scrupolo e serietà i principi deontologici posti a tutela di una narrazione imparziale della dialettica politica, senza sbandamenti e cedimenti di alcun tipo.
La legge sulla par condicio, che ormai ha 22 anni, diventa protagonista ogni volta che si avvicina l’appuntamento con le urne, perché è stata concepita, nel 2000, come un intervento di uguaglianza sostanziale, in favore della parità di accesso ai media da parte di tutti gli attori politici in competizione.

In altri termini, quel testo di legge vide la luce come tentativo, ispirato al secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione, di riequilibrare situazioni che erano oggettivamente sbilanciate in favore di uno o più attori in campo. Tuttavia, con l’espandersi della Rete, si è gradualmente compreso che quella normativa rifletteva un ecosistema mediale ormai superato. La norma sulla parità di accesso ai mezzi d’informazione disciplina, infatti, la comunicazione politica con i mezzi radiotelevisivi, che all’epoca erano decisivi o comunque certamente più incisivi di oggi. Il progressivo dominio del web e dei social ha reso anacronistica l’applicazione di quelle regole, basate sulla ripartizione quantitativa degli spazi di propaganda politica, con un vero e proprio bilancino, che formalmente garantisce a tutti le stesse opportunità, ma che è diventato negli anni sempre più inapplicabile, a causa della parcellizzazione dell’offerta politica e della presenza di una molteplicità di proposte elettorali non strettamente riconducibili ai grandi partiti o a una precisa area politica.
Questo è solo uno dei punti che Giacomo Lasorella, presidente dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom), ha toccato nella sua Relazione annuale illustrata ieri mattina alla Camera dopo una breve introduzione del presidente dell’assemblea di Montecitorio, Roberto Fico.
«Non sfugge all’Autorità - si legge nel passaggio della Relazione dedicato all’argomento - l’importanza dei delicatissimi compiti che le spettano in occasione della prossima campagna elettorale proprio in attuazione della legge n.28 del 2000. È oramai opinione comune che la legge del 2000 sia da aggiornare e da adeguare, ma, ovviamente, fino alla sua modifica, l’Autorità continuerà a garantirne l’attuazione, cercando anche le modalità più idonee, nell’ambito delle norme vigenti e incentivando anche meccanismi di autoregolazione, per incidere nell’ambiente digitale».
Il presidente Agcom prende atto, quindi, dell’inadeguatezza dell’attuale impianto normativo, che peraltro lui stesso definisce vago e bisognoso di una definizione più puntuale e incisiva. Che senso ha, in effetti, mantenere in vita una legge che introduce un rigido minutaggio nelle esternazioni dei politici in campagna elettorale, se poi gli stessi politici possono imperversare indisturbati sui propri profili social e ricevere milioni di like anche il giorno del voto?
La regola del silenzio elettorale 48 ore prima dell’apertura dei seggi viene sistematicamente violata dai leader più social, che pubblicano sui propri profili immagini, proclami, appelli, dichiarazioni, sapendo che il diritto ha le armi spuntate nel punire queste condotte.


È assai probabile che tutto ciò si verifichi nuovamente a settembre ed è per questo che Lasorella in qualche modo ha preferito mettere le mani avanti, rendendosi perfettamente conto che non sarà possibile neppure in questa occasione vigilare efficacemente sulle esternazioni degli attori politici su Twitter, Facebook o Instagram.
Ma tra le righe della ricca e documentata Relazione di Lasorella si scorge un riferimento esplicito a «meccanismi di autoregolazione, per incidere nell’ambiente digitale». Che cosa c’è da sperare, quindi? Che i competitor di destra, centro e sinistra si astengano dal pubblicare sui social i loro messaggi elettorali nelle ultime 48 ore? Che si autolimitino nell’utilizzo propagandistico dei propri profili? La Rete in questo senso è un oceano sconfinato e diventa davvero arduo regolamentare la propaganda politica sulle piattaforme social. L’autoregolazione dovrebbe quindi riguardare proprio i colossi, che potrebbero impegnarsi a intervenire, su segnalazione degli utenti, per rimuovere tempestivamente contenuti ritenuti propagandistici e in violazione della par condicio, applicandola di fatto anche al web e ai social, nell’attesa di una nuova normativa a riguardo.
D’altronde uno dei fili conduttori dei diversi concetti illustrati dal presidente Agcom ieri alla Camera è proprio l’auspicabile «collaborazione con le grandi piattaforme per sviluppare un ecosistema digitale trasparente e non discriminatorio».


In vista delle sfide che attendono il mondo delle comunicazioni e l’Autorità, non solo in ambito politico ma, più in generale, nella definizione di nuovi equilibri soprattutto in Rete, Lasorella ritiene indispensabile «una stretta interlocuzione con le piattaforme digitali», in considerazione del fatto che «Agcom si troverà dinanzi a rilevanti compiti e responsabilità» e che «sarebbe importante che tali compiti siano svolti, sia pure nel rispetto dei ruoli e delle competenze, in stretto raccordo con gli organi costituzionali e con le altre autorità indipendenti». L’obiettivo è quello di «favorire lo sviluppo di un ecosistema digitale equo, trasparente e non discriminatorio, in cui siano rispettati i diritti di libertà, il pluralismo informativo, la piena concorrenza, la tutela di utenti, consumatori e aziende che operano nel web». In questo senso, il voto del 25 settembre sarà un vero banco di prova.

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