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Editoriale

Corsa a ostacoli per il leader Pd

Corsa a ostacoli per il leader Pd

di Stefano Pileri

03 Agosto 2022,12:20

Era appena riuscito a «mettere una pezza» al centro, siglando l’accordo con Calenda. E subito dopo Enrico Letta si è trovato alle prese con nuovi mal di pancia a sinistra. Era evidente che non sarebbe stata una campagna elettorale facile per il segretario Dem, dopo il naufragio del «campo largo» con i Cinque stelle. Ma negli ultimi giorni la sua sembra una vera e propria corsa a ostacoli.
Proprio mentre per i sondaggi il Pd si attesta appena sotto Fratelli d’Italia, ben sopra il venti per cento, Letta deve fare i conti con una lunga serie di difficoltà. Fra richieste sempre più pressanti dei potenziali alleati e malesseri all’interno del suo stesso partito. L’accordo di ieri con Azione e con Più Europa punta a rendere più competitiva la coalizione di centro sinistra. E di certo toglie ossigeno a un possibile polo di centro, dove a questo punto rimane solo Matteo Renzi che ha usato parole dure sull’intesa. Ma è evidente che per chiudere l’intesa con Calenda, Letta gli ha concesso molto, «troppo» dicono già alcuni dei suoi. Ha accettato un programma con impegni importanti in fatto di politiche economiche ed energetiche: dalla revisione del reddito di cittadinanza ai rigassificatori. Un’ipotesi di programma molto liberal riformista, nel solco di quello del governo Draghi. Un programma che può certamente essere competitivo per convincere elettori centristi o in uscita da Forza Italia. Ma ben poco digeribile da una parte della sinistra. Soprattutto Letta ha dovuto accettare che nei collegi uninominali non ci siano nomi «scomodi», leader di partito contrari a Draghi, ex Cinque stelle o ex forzisti. Una condizione che, visto il sistema elettorale e le soglie di sbarramento, apre una serie di problemi per i Verdi, per Sinistra Italiana, e pure per la nuova lista creata da Di Maio e Tabacci. Senza la candidatura nei pochi collegi «blindati», per molti di loro si fa concreto il rischio di restar fuori dal Parlamento o di doversi accontentare del «diritto di tribuna» che il Pd ha prontamente offerto. Un po’ poco. E infatti ieri sera Letta ha dovuto incontrare in fretta e furia Di Maio. E oggi si dovrà di nuovo sedere al tavolo per un’altra trattativa, questa volta con il verde Bonelli e con il leader di Sinistra Italiana Fratoianni.

Nell'intesa con Calenda c’è anche l’accordo - non troppo chiaro a dir la verità - sulla spartizione dei seggi uninominali: in sostanza, si prevede che per il 70% vadano al Pd e per il restante il 30% ad Azione e Più Europa. Non si capisce bene cosa resti agli altri potenziali alleati. Ma in ogni caso si tratta di proporzioni ben poco favorevoli per i Dem che, in base agli ultimi sondaggi, pesano quattro o cinque volte di più rispetto al gruppo di Calenda e Bonino. «Così rischiamo di dissanguarci» si sente ripetere sempre di più in casa Pd. E non è un caso che in questi giorni stiano fioccando le prese di posizione da parte degli organismi territoriali, soprattutto dove i Dem sono più forti come in Emilia Romagna. Nessuno ha voglia di bersi la solita invasione di candidati paracadutati in cerca dei pochi collegi che vengono dati per sicuri nella sfida con il centro destra. Ieri è arrivata anche la richiesta del Pd di Parma che ha reclamato adeguata rappresentanza nei listini proporzionali e nei collegi uninominali presentando un elenco di cinque suoi nomi tra cui scegliere i candidati. Un messaggio che alcuni hanno letto anche come un possibile «altolà» alla candidatura dell’ex sindaco Federico Pizzarotti nel collegio uninominale di Parma.

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