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EDITORIALE

Gli errori di Letta l'esempio di Draghi

Gli errori di Letta l'esempio di Draghi

Enrico Letta

di Domenico Cacopardo

08 Agosto 2022,15:24

«Non intendo andare avanti nell'alleanza con il Pd»: questa l’affermazione di Carlo Calenda pronunciata nella trasmissione “Mezz’ora in più” di Lucia Annunziata. Erano trascorse meno di 129 ore dalla conferenza-stampa tenuta insieme a Enrico Letta il 2 agosto. Non era scritto che finisse così. Questa evoluzione è tutta attribuibile a Enrico Letta, passato da una posizione di alleanza riformista proiettata al centro dello schieramento politico (unico luogo in cui ancora era possibile per il Pd vincere le elezioni) a un arroccamento difensivo di sinistra-sinistra.

Il ritorno sulla scena di Sinistra Italiana (Nicola Fratoianni) e di Europa Verde (Angelo Bonelli) è testimonianza dell’abbandono della cosiddetta Agenda Draghi e della scelta di nuove vie, di stampo melenchonista (il politico francese, radicale di sinistra, ampiamento sconfitto da Macron e dalla Le Pen).
E dire che l’accordo Letta-Calenda era stato descritto come l’evento catarchico che avrebbe modificato in modo sostanziale i rapporti di forza tra destra-centro e centro-destra, nel senso che la novità avrebbe avuto serie conseguenze sulla palude centrista, nella parte satellizzata dal trio Meloni-Salvini-Berlusconi.
Di certo, Enrico Letta ha sbagliato due volte. Il giorno dello ‘storico’ accordo con Carlo Calenda e sabato quando s’è presentato alla stampa insieme a Fratoianni e Bonelli annunciando un’intesa «tecnica» per le elezioni del 25 settembre.
Era evidente che Calenda non potesse incassare in silenzio la giravolta del suo -per tre giorni - socio.
È difficile prevedere cosa accadrà. Sembra evidente che, rinunciando a competere, il Pd di Enrico Letta e della vecchia nomenklatura, quella così legata alle strutture economiche dell’ex-Pci da chiamare il partito «la ditta», lasciano il campo al destra-centro a trazione Fratelli d’Italia. Ed è altrettanto evidente che Calenda dovrà giocarsela per conto suo, puntando sulla novità politica e di contenuti. E, soprattutto, sulla continuità con l’esperienza europeista del governo Draghi cui il successo anche politico non è mancato e, anzi, si è rivelato risolutivo di molte delle ataviche questioni che pesavano sulla comunità nazionale.
Debbo anche dire che non ritengo che Mario Draghi abbia gettato la spugna, come nel caso di un pugile in balia dell’avversario.
Se Draghi è un patriota - e lo è - il suo nome e la sua parola continueranno a esercitare una seria influenza sugli orientamenti degli elettori. Rispetto a essi, la rottura tra Azione e Pd è un elemento di chiarezza che aiuterà gli italiani a riflettere e scegliere.
Non è chiaro quale possa essere il ruolo di Matteo Renzi nella nuova realtà. L’uomo è un pragmatico egotista e, quindi, la crescita del suo ex-collaboratore Calenda potrebbe non essere di suo gradimento.
Il filone del riformismo in versione Draghi, però, è chiaro e identificabile. Ne beneficerà chi vorrà scegliere di essere coerente a esso.
Fra due settimane capiremo quali assetti assumerà la competizione e quali ne saranno i protagonisti.
www.cacopardo.it

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