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Editoriale

Da destra a sinistra i tanti difetti della politica

Da destra a sinistra i tanti difetti della politica

di Vittorio Testa

11 Agosto 2022,13:27

Tre alleati duellanti; tre amici nemici condannati al sorriso con incorporato il dubbio e all’abbraccio che nasconde il sospetto, i tre leader del centro-destra si trovano davanti all’ennesima competizione che affrontano ciascuno con la propria lista distinta e distante dalle altre. In molti chiedevano una manovra coraggiosa e semplificatoria: un formazione unica: e quasi tutti i diretti interessati hanno subito escluso questa eventualità. Cosicché il 25 settembre i tre amici-nemici daranno vita di nuovo allo spettacolo, comune a tutto lo schieramento politico italiano, di una antica, invincibile condanna all’essere sempre fazione distinta e distante dall’altra.

Già come coniugare insieme il far politica quotidiana, mettendo d’accordo tre forze che in fondo sono alternative una all’altra? Un partito personale inventato in tre mesi dal Cavaliere che ritiene di essere liberale e liberista; garantista e pacifista; filo Putin e amico degli Usa; antifascista e anticomunista; cattolico credente, praticante e pluridivorziato poi con vari fidanzamenti e connubi more uxorio. C’è la Lega che scaricata la rabbia antiparlamentare e anti Roma ladrona, era arrivata con Bossi a siglare, dopo un paio di anni di inimicizia feroce, un patto di governo,
poi rotto e ricostituito.

Infine la nuova rottura, Salvini che va al governo con i Pentastellati. Ritrovano l’accordo su Draghi presidente del Consiglio e poi lo silurano. Tutte vicende che la vicina leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, osserva con occhi spalancati e, scandalizzata da questo zigzagare dei due amici nemici, se ne esce come figura di politico moderato, preciso, responsabile e coerente. Dio, moderata è una definizione un po’ di manica larga per un partito che nel simbolo esibisce orgogliosamente la fiamma ex Msi.

Insomma, il sogno di chi vorrebbe poter scegliere tra una formazione di centro-destra e una di centro-sinistra non si realizzerà. L’unica occasione di unità di liste, un esperimento compiuto comunque molo lontano il 25 settembre sarà nel voto dei 6 milioni di italiani all’estero: i tre fatidici nomi uno sull’altro nel tondo di lista, cioè dall’alto in basso Meloni, Berlusconi Salvini, ordine dettato dalla rotondità, che al centro si espande ed è giocoforza usare il nome più lungo. A proposito di nomi e strategie annesse, tema molto sentito in tempi di immagine imperante, nell’Immaginesimo post-reale, i tre del centro-destra stanno mettendo in scena una gara sottile nelle forme e pesante in quelli che saranno gli effetti.

Berlusconi ha inserito nel tondo stemma il proprio cognome ingrossato sopra la scritta Presidente: il tutto aureolato dalla dicitura «Partito Pololare Europeo Ppe»’ a significare che l’unico presentabile in Europa è lui e soltanto lui può garantire a Bruxelles lealtà assoluta. Basta rivedere le dichiarazioni anti-Europa di Salvini e Meloni nel corso di questi ultimi anni per capire che il gioco-trappola del Cavaliere potrebbe scattare. Salvini poi è messo male e nei sondaggi e con una parte della Lega che lo accusa di aver tradito Draghi senza alcun motivo plausibile. Così pure il Cavaliere dovrà convincere molti ex simpatizzanti perplessi sulla vicenda del licenziamento di questo ‘civil servant’ che stava lavorando bene, o comunque non male, a partire dall’onorabilità dell’uomo stimato all’estero e ritenenuto un italiano sui generis, cioè persona seria e capace. E La Meloni? Certa di arrivare prima si è già lanciata, del resto sull’esempio di Berlusconi e Salvini , in dichiarazioni dal punto di vista costituzionale folli: ‘«Se vinco andrò io a Palazzo Chigi» promette: «Il patto è chiaro: chi prende più voti indica al capo dello Stato il premier». Non è così, il nostro sistema non conosce elezione diretta. Certo il Presidente Mattarella terrà conto dei risultati elettorali, quelli di lista impersonali. E comunque non ha alcun obbligo istituzionale di affidare l’incarico a chi ha più voti. Ma solo se chi ha avuto più voti è in grado di garantirgli una maggioranza parlamentare. Pertanto o il centro-destra ottiene un risultato tale da avere una maggioranza qualificata in Parlamento e quindi potrà magari anche fare una riforma costituzionale ad hoc. O dovrà rassegnarsi a stare alle regole. Stesso discorso vale, ovviamente, anche per il centro-sinistra, che, intento al consueto rito della frammentazione, sembra già aver perso le elezioni.

Spettacolo penoso: d’altronde cosa aspettarsi da un ceto politico che rispecchia sì il Paese che lo esprime, cioè tutti noi gran parlatori e insegnanti ma all’atto pratico familisti e menefreghisti. Difetti che arrivati a Roma, i nostri politici, se possibile peggiorano anziché guarirli. Dite che vale sia per la destra che per la sinistra e anche per il centro? Mal comune, niente gaudio!

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