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EDITORIALE

Elisabetta II, il suo segno nella storia

Il suo segno nella storia

di Pino Agnetti

20 Settembre 2022,13:03

Il mondo ha salutato ieri «la» regina («Per voi è la vostra regina, per noi è LA regina», aveva felicemente detto di lei nel suo messaggio di condoglianze Emmanuel Macron). Ed è stato un saluto in tutto e per tutto degno della leggenda che, con largo anticipo sulla sua morte, avvolgeva già Elisabetta II. I funerali della sovrana più longeva e più amata della storia del Regno Unito non hanno tradito, infatti, le attese. Semmai, le hanno superate per intensità e partecipazione innanzitutto popolare. Nel 2005, tre milioni di persone avevano seguito i funerali di Giovanni Paolo II ritenuti finora i maggiori di ogni tempo per copertura anche mediatica. Sempre per dare l’idea, i partecipanti alle esequie di Kennedy, Stalin, Mao Tse-tung, o della principessa Diana nel 1997, furono un milione. L’operazione «London Bridge» - il nome in codice del piano per il funerale della figlia di re Giorgio VI studiato in realtà da anni in tutti i minimi dettagli dalla diretta interessata - ha infranto ogni precedente record considerando i circa due milioni di persone che vi hanno preso parte «fisicamente» e i 4 miliardi e mezzo collegati in mondovisione. A cui va aggiunta la fiumana di gente che, per quattro giorni e quattro notti e incurante delle code lunghe decine di chilometri, è sfilata nella camera ardente allestita sotto le volte medievali di Westminster Hall (la sede del Parlamento britannico) da dove ieri è iniziato l’ultimo viaggio della sovrana. Già nel breve tragitto del feretro trascinato da 142 marinai e scortato dal suono delle cornamuse verso la vicina e omonima abbazia di Westminster, la scena è stata impressionante e ha raggiunto l’acme quando le spoglie mortali della trisnipote della regina Vittoria hanno fatto il loro ingresso nella cattedrale in un silenzio rotto solo dai rintocchi del Big Ben e dalle note d’organo in sottofondo. In quel preciso istante, tutto il Regno Unito si è fermato mentre, complice la diretta planetaria della BBC, altri milioni di uomini e di donne chinavano muti il capo nei 15 Paesi (dal Canada all’Australia, dalla Nuova Zelanda a Papua Nuova Guinea) di cui Elisabetta era capo di Stato e nelle restanti 41 nazioni del Commonwealth. Il che dice e vale ancor di più della magnificenza solenne del rito successivo, come pure delle facce contrite delle centinaia di potenti della Terra che hanno preso parte alla cerimonia. Giustamente negata agli odierni emuli (da Putin al suo lacchè bielorusso Lukashenko, fino ai Talebani massacratori di diritti umani in Afghanistan) del dittatore nazista contro il quale il padre di Lilibet - il soprannome che la futura sovrana si era data da sola da giovinetta - aveva pronunciato nel 1939 il suo storico «discorso del re».
E un altro brivido di commozione senza confini né geografici, né temporali si è levato dall’abbazia al termine del servizio funebre quando, dopo le esecuzioni di «Last post» (il richiamo di tromba con cui i reggimenti di fanteria e di cavalleria britannici e australiani accompagnano i caduti alla loro ultima stazione) e dell’inno nazionale, il cornamusiere della regina ha suonato «Sleep, Dearie, Sleep» (Dormi, cara, dormi). A quel punto, è stato come se le paresti millenarie dell’abbazia si aprissero come le quinte di un gigantesco palcoscenico, per lasciare che fosse finalmente il popolo a «riappropriarsi» di colei che lo ha rappresentato e guidato per 70 anni superando difficoltà di ogni genere. Compresa quella, ricordata alla vigilia del funerale dalla nuova regina consorte Camilla, di ritrovarsi nella «difficile posizione di essere una donna solitaria in un mondo dominato dagli uomini». Dietro l’ordinata apoteosi di lacrime miste a sorrisi che ha trasformato il corteo funebre guidato fino a Wellington Arch da re Carlo in un interminabile abbraccio collettivo, c’è il senso di vuoto lasciato proprio dalla perdita di una simile donna. Capace in vita di conquistare tutti con la sua aria eternamente tranquilla, sorridente, equilibrata, pratica, composta e quando necessario deliziosamente autoironica. Ma c’era e c’è anche il bisogno di sentirsi ancora una volta uniti per ritrovare la forza necessaria ad affrontare le sfide di un mondo tremendamente instabile (la pandemia, la guerra in Ucraina, l’inflazione, la stessa sfida climatica). È stato questo l’ultimo regalo fatto da Elisabetta ai propri sudditi e non solo a loro: continuare a essere anche dopo morta una fonte di ispirazione di quei valori - a cominciare da un attaccamento sacrale al dovere e da una lealtà senza sconti verso le istituzioni che si è giurato di servire e di difendere - da lei stessa mirabilmente riassunti, cinque anni prima di ricevere la corona imperiale, in quello che rappresenta il suo autentico testamento spirituale: «Dichiaro innanzi a tutti voi che la mia intera vita, lunga o breve che essa sia, sarà dedicata al vostro servizio e al servizio della grande famiglia imperiale alla quale tutti apparteniamo». Così parla una sovrana. Così parla «la» regina. Ed è per questo che, anche chi alla monarchia preferisce un sistema diverso, oggi non può fare altro che chinare di nuovo silenziosamente il capo pensando alla cripta reale del castello di Windsor dove da ieri riposa, accanto all’amato marito Filippo, l’ultima grande regina della storia.

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