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Maria Paiato incontra Medea: «Ruolo simbolo per ogni attrice»

Al Teatro Due con la regìa di Pierpaolo Sepe. Scelto il testo di Seneca: «Nessuna cultura può ghettizzarne un'altra»

  • DATA - ORA INIZIO:15/05/2014 21:00
  • DATA - ORA FINE:15/05/2014 23:00
Maria Paiato incontra Medea: «Ruolo simbolo per ogni attrice»

Mare e terra, ferro e fuoco, dèi e fulmini: è Medea di Seneca. L’eroina senza tempo efferata e tremenda sale sul palcoscenico e ha il volto della grande e pluripremiata attrice Maria Paiato. Stasera e domani alle 21 sarà Teatro Due a ospitare questa “Medea” antica e modernissima diretta da Pierpaolo Sepe, prodotta da Fondazione Salerno Contemporanea. Amatissima dal pubblico di Parma fin dai tempi di “La Maria Zanella” o “Cara professoressa” per arrivare al recente “Anna Cappelli”, Maria Paiato colpisce sempre al cuore con i suoi indimenticabili ritratti di donne. Ora affronta l’incontro (che ha già riscosso successo e applausi a scena aperta sui palcoscenici italiani) con una delle più estreme figure femminili della drammaturgia classica.

Come si è accostata a Medea? Quando le hanno proposto d’interpretarla qual è stato il suo primo pensiero?
«Devo essere proprio sincera? All’inizio non volevo farlo, forse non mi sentivo pronta, ero molto affaticata dai precedenti impegni lavorativi e intuivo dentro di me che Medea avrebbe richiesto uno sforzo energetico notevole - confessa Maria Paiato - Non sono stata smentita, questo è uno spettacolo faticoso per tanti motivi… Del resto per un’attrice a cinquant’anni è un incontro fondamentale. Poi vediamo ogni sera il pubblico catturato, coinvolto: è una grande soddisfazione».

Come avete lavorato sul testo di Seneca?
«La traduzione e adattamento di Francesca Manieri ha reso l’ardua scrittura senechiana molto più vicina a noi, togliendo quello che oggi risulterebbe inaccessibile. E’ una scrittura fatta di immagini anche molto violente e colorate, ma assai cerebrale, algida, quindi dare emotività, muovere i sentimenti non è stato facile. Tra le parole non circola azione, in scena mi sento come se avessi delle zavorre di cemento ai piedi. Lo spettacolo inizia quando tutto è già accaduto e Medea è all’apice del suo furore: questo richiede da subito un’energia fortissima».

Il mito ci parla sempre: questa Medea cosa comunica alle donne e agli uomini di oggi?
«Il regista Pierpaolo Sepe ha scelto Medea di Seneca rispetto a quella di Euripide proprio perché la sentiva più vicina al suo discorso politico: rispondere alla violenza con altra violenza non porta da nessuna parte, una cultura che si ritiene forte e che si crede legittimata a ghettizzarne un’altra non esce vincitrice, non può sentirsi al riparo».

In questi giorni è nlle sale cinematografiche con «La sedia della felicità», film postumo di Carlo Mazzacurati, scomparso a gennaio. Che esperienza è stata?
«E’ stata una gioia partecipare a questo film, come era sempre lavorare con Carlo: tra noi era nata un’amicizia molto carina, perché tra l’altro essendo entrambi veneti potevamo abbandonarci alle nostre cadenze dialettali. Ho sperato davvero fino all’ultimo che potesse superare la malattia, è una perdita grande per il suo modo onesto e sincero di fare cinema».