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Ligabue, il diverso per eccellenza nel ritratto di Mario Perrotta

Stasera alle 21 "Un bès" pluripremiata pièce dedicata al pittore naif

  • DATA - ORA INIZIO:09/04/2015 21:00
  • DATA - ORA FINE:09/04/2015 23:00
Ligabue, il diverso per eccellenza nel ritratto di Mario Perrotta

di Mara Pedrabissi

«Un bès», il bacio che il pittore naif Antonio Ligabue elemosina, umiliante richiesta d'amore di un diverso per eccellenza. Ritratto di un artista a 50 anni dalla morte, ritratto di un uomo emarginato per una vita, ritratto di una solitudine di sempre. «Un bès» è lo spettacolo con cui Mario Perrotta, autore e attore, fa rivivere a teatro Ligabue. La pièce, che si è guadagnata le stellette sul campo dalla critica (Premio Ubu) e dal botteghino (Premio Hystrio), applaudita in dicembre a Ragazzola, arriva per la prima volta a Parma: sarà in scena stasera alle 21 al Teatro al Parco.
Mario Perrotta, una curiosità innanzitutto. Ligabue è il frutto di un ambiente padano, lei al contrario arriva dal sud. Cosa l'ha attirata?
«Ci sono due ragioni. Primo, appartengo alla generazione dei 44/ 48enni “traviata” dallo sceneggiato favoloso con Flavio Bucci. Quando, in tour con un precedente spettacolo, sono arrivato a Gualtieri e ho visto il busto di Ligabue, ho sentito un vero tuffo al cuore. Ma questo non basterebbe a giustificare il lavoro che da lì ho intrapreso, una trilogia impegnativa, complessa. In realtà quell'incontro ha smosso le mia fragilità. In quel momento, io e mia moglie eravamo nel bel mezzo di un percorso per l'adozione internazionale di un figlio. Non sapevamo nulla di chi sarebbe arrivato, non il sesso, non l'età. Avevamo solo una certezza. L'ente cui ci appoggiavamo lavorava con il centro Africa. Nostro figlio o nostra figlia sarebbe stato nero. Per me questa differenza è un valore ma per qualcuno in questo Paese è un problema. Io e mia moglie ci facevamo delle domande, eravamo fragili sul tema diversità. Questo ha fatto sì che si creasse il corto circuito e Antonio Ligabue è diventato occasione per buttare fuori quelle domande, per indagare».
Con quali strumenti lei rende sulla scena questa diversità?
«Semplicemente mostrando un uomo al margine e, per induzione, chi è al margine è diverso».
Come è entrato nel linguaggio di Ligabue?
«Ho intervistato per decine di ore i suoi compaesani. Mentre introiettavo i loro sguardi e le emozioni che c'erano dietro le parole, introiettavo anche la loro lingua. Da sempre penso che per qualunque italiano il dialetto sia la grammatica delle emozioni, nel senso che quando ci emozioniamo ci esprimiamo in dialetto. Poiché faccio un teatro emozionale, ho bisogno di quel tipo di lessico. Mi sono così appropriato del dialetto reggiano, dopo aver passato anni a fare spettacoli nel mio dialetto. E confesso che, quando finalmente sono andato in scena a Gualtieri mi hanno “promosso”»
Anche il titolo è in dialetto, «Un bès», un bacio...
«Esattamente, ma tutta la trilogia ha titoli evocativi. Il primo capitolo è “Un bès”. Il secondo, anch'esso in tour, è “Pitùr”. Il terzo capitolo, che debutterà a maggio con un grandioso evento, è “Bassa continua - Toni sul Po”. Usare il dialetto è una dichiarazione di intenti, perché questa è una storia popolare che ha bisogno anche di quei suoni».
Dal 21 al 24 maggio debutterà a Gualtieri la tappa conclusiva del progetto Ligabue, «Bassa continua»

«Sarà un evento irripetibile e unico direi. Arriviamo sulle rive del Po con 180 artisti di tutte le forme d'arte, proprio per abbattere i confini. Grazie a 50 persone tra addetti e tecnici, riusciamo ad allestire tre spettacoli in contemporanea che raccontano a fondo il territorio su cui si snoda il vissuto di Ligabue, tra Reggio Emilia, Parma, Gualtieri e Guastalla. I tre spettacoli sono il Percorso manicomio, il Percorso città, il Percorso fiume. Nel finale i tre Percorsi confluiscono nella piazza di Guastalla».
Questi tre «Percorsi» di «Bassa continua» sono autonomi?
«Sì, nel senso che ogni episodio ha un senso compiuto. Certamente vedendoli tutti e tre si ha un quadro complessivo. Tra i 180 artisti coinvolti, vi sono giovani allievi delle scuole accanto a veri virtuosi».
Ci ha lasciato in sospeso una cosa, però...
«E' vero (ride). Due anni fa è arrivato mio figlio, aveva dieci mesi. Si chiama Gabriele, il nome che avevamo deciso di dare a un figlio biologico, se fosse venuto. E' l'unica gioia della mia vita che non mi costa fatica».
Stasera, dopo lo spettacolo, Mario Perrotta incontrerà il pubblico e dialogherà con Gianluca Torelli, custode del Museo Documentario Antonio Ligabue di Gualtieri.