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Ligabue, storia di un lupo che arriverà fino in Francia

  • DATA - ORA INIZIO:17/04/2018 21:00
  • DATA - ORA FINE:17/03/2018 23:00

Il 24 febbraio 2004 sulla tangenziale di Parma è stato investito un lupo. Nessuno ci credeva, l’avevano scambiato subito per un cane strano; un lupo impossibile, lo credevamo solo sui monti.
Comincia da qui lo spettacolo del «Collettivo controvento», con Andrea Gatti, Paolo Montanari e Mario Ferraguti, che verrà messo in scena il 17 aprile alle 21 al Teatro Edison, in largo 8 Marzo.
Un lupo in città, sulla tangenziale Nord, quella della Bassa, proprio vicino a una piccola stradina in disuso dal nome inequivocabile, Strada Traversante lupo. Dove stava andando? Curato dall’incidente d’auto e liberato in montagna, il lupo chiamato LM15 o, più prosaicamente, Ligabue, inizia un viaggio sorprendente che si rivela la più straordinaria storia di un lupo in Italia. In meno di un anno arriva in Francia, nel parco del Mercantour e muore ucciso da altri lupi. LM15 è un giovane maschio in dispersione, di quelli che lasciano il branco per andarsi a cercare un nuovo territorio. Muoiono molto facilmente i lupi in dispersione, ma sono gli esploratori, i rivoluzionari, quelli capaci di viaggi sorprendenti. Mese per mese seguiamo il percorso del lupo e incontriamo pastori, lupari, guardiacaccia, ragazzi che escono dalla discoteca e lo vedono passare nel buio dei campi.
Il testo è accompagnato da canzoni, come «la ballata del lupo zoppo», dedicata al famoso lupo mangiacani di Albareto, equiparato a un bandito. LM15 sembra venuto apposta per toglierci dalla testa tanti preconcetti sulla specie: il lupo che scende sempre dai monti spinto dai morsi della fame, quello che non mangia ma squarta, dilania e divora, infine pare mettere in discussione la nostra arroganza antropocentrica, la capacità di accogliere ciò che ci disturba e la nostra metafisica: «pazienza se ci mangia, ma mangiarci con l’anima è un po’ troppo!». Ecco allora che il lupo diventa un simbolo, il lupo ibrido, straniero, extracomunitario, tra strade bastarde senza controllo, come solo possono essere i fiumi, articoli di giornale tragicomici e sindaci che lo accusano di mettere in crisi la micro economia della montagna, ce lo troviamo tra i piedi nelle periferie urbane, tra i centri commerciali, a rappresentare ancora una volta (nello spettacolo si ride con Cappuccetto Rosso), l’archetipo della nostra paura più profonda: «Io sono la paura, io porto la paura. Come un Babbo Natale all’incontrario». Ci costringe a riflettere Ligabue - tra passaggi divertenti come la cacca nel vigneto e altri drammatici, come la morte per veleno - perché ci mostra il modo che abbiamo di abitare nel mondo.