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Shoah, fotogrammi invisibili: oltre il limite dello sguardo

Dentro le pagine di un libro «di confine» che si avventura nell'inesplorato: presentazione oggi alla Feltrinelli con l'autore e Sara Martin
 

  • DATA - ORA INIZIO:12/02/2020 18:00
  • DATA - ORA FINE:12/02/2020 19:30
Shoah, fotogrammi invisibili: oltre  il limite  dello  sguardo

di Filiberto Molossi

C'è un film, ma non qui. Adesso, ora, forse: eppure, comunque, altrove. Qualcosa che accade fuori dagli stretti, punitivi, confini di un grande schermo: magari proprio accanto all'inquadratura, ma non dentro,  non  all'interno della stessa. 
Al di là, oltre. Come un controcampo (im)morale e negato di qualcosa che esiste, ma solo per rimanere interdetto, proibito, ai nostri occhi. In un'epoca in cui si «vede tutto» (e «troppo»...) e con ogni mezzo e supporto (dai film al cinema alle instagram stories, dalle serie televisive ai video su Youtube), Michele Guerra riflette in modo originale su ciò che le immagini, al contrario, nascondono, occultano, sposando la causa – e insieme il fardello – dell'«invisibile». E lo fa nelle pagine di un libro «di confine», avventurandosi nell'inesplorato, fino al limite dello sguardo: così come recita il titolo del saggio breve e molto ispirato in cui, attraverso cinque movimenti, il docente di Teorie del cinema dell'Università di Parma e assessore alla Cultura del nostro Comune si interroga sulle condizioni di visibilità della Shoah. E sulla conseguente rappresentazione del male. Chiedendosi come si può (e si «deve») affrontare il dramma dell'invisibile: con quale canone «alternativo» di racconto, con quale artificio che non vada a discapito della morale e dell'etica dell'immagine. 
Un libro, «Il limite dello sguardo» (Raffaello Cortina Editore) che, proprio perché riguarda ciò che è nascosto all'occhio, «si rivela», riportando il fuoricampo al centro se non di quell'inquadratura da cui rimane estraneo, della nostra attenzione, di un'analisi, anche sociologica e politica, chiamata ad andare oltre e più a fondo di quanto la nuda immagine non faccia già da sola. Guerra – che oggi pomeriggio alle 18 presenterà il suo libro alla Feltrinelli di via Farini insieme alla docente  Sara Martin - parte dal finale de «La notte» di Elie Wiesel  avventurandosi nell'abisso alla ricerca della lezione etica del controcampo, tecnica attraverso cui, come sosteneva il cineasta Harun Farocki, «ciò che normalmente è difficile sopportare diventa sopportabile»:  magari per (ri)vedere l'impronunciabile, ciò che videro i fratelli Zelig a Birkenau, quell'immagine-lacuna, la parte mancante della Storia. Che è già dentro agli occhi dei due fratellini. Ancora la maledizione, da decifrare, dell'invisibile: nella consapevolezza che avesse probabilmente ragione Rivette quando diceva che al cinema l'idea di una rappresentazione realista della Shoah è inaccettabile. Oltre che controproducente. E allora se  «Kapo» di Pontecorvo  come scrive Guerra citando il regista francese è «l'abiezione» perché ha scelto di spettacolizzare l'orrore, è «Notte e nebbia» di Resnais l'esempio virtuoso, con «l'atroce normalità» del suo controcampo a colori, quello dei lager ormai liberati contrapposto alle terribili immagini in bianco e nero di repertorio. La scelta è morale, politica, ancora prima che poetica: il destino dell'immagine, come spiega Guerra, è di «negoziare la relazione tra il visibile e l'invisibile».  
Ma non  poteva mancare nella ricerca dell'autore il confronto, complesso ma avvincente, anche con quello che probabilmente è il film di fiction più potente realizzato negli ultimi anni sul tema della Shoah: «Il figlio di Saul». Film «che si vede male» e «si sente male», dove la messa a fuoco e l'uso del sonoro rendono indelebili – proprio non mostrandoli – i dettagli dell'orrore. Un capolavoro anche nel suo azzardo finale di fissare lo spettatore. Un viaggio all'inferno a cui Guerra non si sottrae, tra le provocatorie fotografie di Adelman in un Memoriale degli ebrei trasformato in un (non) luogo per incontri gay e la geniale riflessione di Loznitsa (che è padre ispiratore di questo saggio) sull'uso pubblico degli spazi (e della sacralità) della memoria, cuore del suo «Austerlitz» in cui, attraverso videocamere fisse e non occultate, filma i turisti nel lager: i selfie, le foto ricordo, i corpi anonimi e smarriti. Ancora una volta, dov'è il limite? Ma soprattutto, davvero vediamo quello che l'immagine mostra? O il trucco, l'illusione, stavolta è dentro di noi, nella nostra incapacità di comprendere? Come nel caso delle fotografie scattate già nel '44 dagli aerei alleati partiti da Foggia: cercavano fabbriche e stabilimenti, ma in quei fotogrammi rimase impresso anche il campo di sterminio di Auschwitz. Ma nessuno lo vide perché nessuno lo stava cercando. Simulacro di una cecità collettiva su cui Guerra costruisce un saggio, dedicato alla memoria di Loris Borghi, in cui non si accontenta di riflettere sulla rappresentabilità dell'Olocausto ma va alle radici della teoria dell'immagine: là dove l'atto estremo di raccontare l'invisibile è l'unico modo di decrittare e accettare il visibile.