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Data - Ora inizio 14/10/16 - 17:00

Data - Ora fine 14/10/16 - 19:30

Tipologia Arte e Cultura

Dove Deputazione di storia patria, borgo Schizzati 3

Località Parma

Borgo Schizzati , 3 , 43121 Parma PR , Italia

Parma

Oratorio dei Rossi, un gioiello

Il coro ligneo di Luchino Bianchino in pagine di grande interesse storico

Oratorio dei Rossi, un gioiello

Oratorio dei Rossi: lo splendido coro ligneo in una foto di Roccomaria Boggia

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Tecnicamente si chiama «katapetasma»: è la tenda che nelle chiese bizantine chiudeva la parte centrale dell’iconostasi, il diaframma architettonico che separava il presbiterio dall’aula e impediva ai catecumeni la visione della liturgia nel suo punto culminante. Anche nell’Oratorio dei Rossi, oggi chiesa di Santa Teresa del Bambin Gesù, la chiesa di Strada Garibaldi fondata nel 1604 dai confratelli della SS. Trinità transfughi dalla chiesa omonima a poche centinaia di metri di distanza, c’è una katapetasma che copre però tutta l’iconostasi – o quel che le corrisponde – impedendo al visitatore la visione dalla navata del Coro, uno dei pezzi d’arte lignea più clamorosi della città. È dunque una scoperta tutta da guadagnare quella del visitatore che vuole trovare, questo piccolo gioiello ancora assente dalle guide turistiche, testimone appartato di una stagione della cultura artistica parmigiana incastonata fra gli echi pierfrancescani e il gusto monumentale per un realismo che non può rinunciare a coniugarsi al colpo d’occhio, allo scorcio, alla geometria ineffabile. Siamo nell’area dei due Lendinara padre e figlio, Cristoforo e Bernardino, i campioni dell’intarsio parmigiano. È nella bottega di Cristoforo che si era formato Luchino di Giovanni de’ Bonati detto Bianchino, nato negli anni Cinquanta del XV secolo da un oste della Ghiaia, cioè guardando da vicino l’accanita ideazione e la certosina realizzazione del Coro del Duomo. Poco si sa di Bianchino: la fase di architettura lignea urbanistica applicata a Porta Nuova e Porta San Michele, poi certamente il ritorno in Duomo per la porta principale della chiesa e gli arredi della Sagrestia dei Consorziali insieme a Lendinara figlio, e negli ultimi anni – le notizie su di lui cessano nel 1524 – l’incarico dell’Anzianato civico per la revisione del sistema dei ponti urbani, in primis del Caprazucca. In mezzo a tutto questo, nel 1503, la commissione da parte della badessa Cecilia Bergonzi del Coro per la chiesa delle benedettine di San Paolo, che, iniziato dal Bianchino e interrotto per onorare la più svelta commissione del Coro di San Francesco a Pontremoli, fu terminato solo al suo rientro a Parma nel 1510 sotto la più celebre badessa Giovanna Baroni da Piacenza. Di questa singolare avventura artistica della città si è fatto indagatore Roccomaria Boggia attraverso un lungo paziente lavoro di ricerca su fonti archivistiche che ha consentito, a lui pur di formazione del tutto diversa (è laureato in Scienze biologiche), di ricostruire e documentare in un agile e informatissimo volumetto («Luchino Bianchino ed il coro dell’Oratorio dei Rossi», Kriss edizioni), una linea biografica di Bianchino più corposa di quella nota fin lì e il quadro storico di realizzazione del Coro, che dopo la soppressione napoleonica del monastero di San Paolo e la sconsacrazione della chiesa, fu smembrato e trasportato nell’Oratorio dei Rossi fra 1876 e 1882. Non solo: appassionato fotografo, ne ha documentato nel volumetto tutti i pannelli dei dossali, ognuno descritto e commentato, e ne offre la prima immagine fotografica completa, da lui ottenuta grazie a un abilissimo lavoro di ricomposizione panoramica digitale. Sia chiaro: il Coro che si vede oggi all’Oratorio dei Rossi non è tutto quanto aveva realizzato Bianchino. Ne restano venti scranni superiori e dieci inferiori, i primi recanti pannelli a immagini naturalistiche (oggetti entro armadi con ante socchiuse e scorci urbanistici), i secondi dossali con immagini geometriche, ma certamente in San Paolo erano di più prima delle brutali soppressioni di alcuni pezzi per adattare il complesso alla ristrutturazione della chiesa in cappella ducale in età luigina. In seguito, dopo un nuovo intervento di ripristino arbitrario con la ricostruzione dello stallo binato centrale e una pulizia aggressiva (fu usata potassa caustica), fu ridotto quasi all’ombra di se stesso, e solamente nel 2000, grazie a un restauro più scientifico, è stato riportarto a una lucentezza che ha permesso di riscoprirne alcuni dettagli, anche se non sufficienti a ristabilire la sequenza originale degli stalli all’infuori del corretto riposizionamento del settimo dossale al posto dell’ottavo sulla base di supporti documentarii. Non si sfugge facilmente al fascino di queste tarsie attraversate da un geometrismo esoterico ed enigmatico e legate a un gusto naturalistico arioso, assai più studiato e complesso rispetto alla cultura lendinaresca, e certamente legato a un sottilissimo disegno concettuale, di cui Boggia osserva con attenzione i dati formali e simbolici, dall’iconografia alla posizione della fonte luminosa in ordine a una lettura del complesso, senza mai sporgersi a interpretazioni non autorizzate dai dati effettivi che presenta il manufatto e dalle rilevanze documentarie emerse dai fondi dell’Archivio di Stato. Scrivere di questo libro, di cui si parlerà venerdì 14 ottobre alle 17 nella sede della Deputazione di Storia Patria per le Provincie Parmensi nell’ambito dei «Pomeriggi nella storia», è anche un’occasione per richiamare l’attenzione sullo stato degli studi di storia ed arte locali, che – a parte rari e ben definiti casi – si è divaricato da tempo tra una produzione estetizzante («post-ricciana»), per lo più basata sull’impatto iconografico, e progetti polifonici di struttura accademica. Si è cioè atrofizzata sia l’editoria che univa testi sostanziosi alla funzionalità delle immagini, come quelle strenne bancarie che ancora oggi fanno bibliografia nei loro ambiti; sia la produzione divulgativa di medio prezzo e alta qualità. In questo modo si è indebolito anche lo stimolo a coprire attraverso il libro le zone ancora poco o mal esplorate del patrimonio e della storia locale, per lo più colmate in esiti circoscritti con articoli su riviste culturali, con il corollario di lasciare campo alla divulgazione raffazzonata della rete. Lavori come questo di Boggia si affidano alla passione e al lavoro minuzioso di uno studioso che si prende carico completo di una ricerca su fonti inedite (ed eventualmente anche della ricognizione iconografica) e di un piccolo editore che si assume onori e oneri della pubblicazione, e allo stesso tempo cercano di tener saldo un legame con un pubblico di cultori che forse è in via di assottigliamento anche per carenza di offerta, e perciò di mentalità e motivazione. Anche a fenomeni come questo dovrà riflettere chi vorrà occuparsi seriamente di cultura nei prossimi anni.

Luchino Bianchino ed il coro dell'Oratorio dei Rossi
di Roccomaria Boggia
Kriss Edizioni, pag. 92, euro 15,00

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