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Mauthausen vista dai ragazzi: "Lacrime di ghiaccio"

"Umanità strappata": il diario dei ragazzi in visita al campo di concentramento durante il Viaggio della Memoria

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Terzo giorno con il diario dei ragazzi protagonisti del Viaggio della memoria 2017.  Molto di più che un viaggio: una lunga e importante riflessione degli studenti di Parma a Mauthausen. Un centinaio di alunni dell’ultimo anno delle superiori e una decina di professori oltre all’ex lager visiteranno i sotto campi di Gusen ed Ebensee e il castello di Hartheim. Saranno giornate intense, per vedere da vicino i luoghi dove si consumò la ferocia nazista e trarne una lezione di vita e di pace; per lanciare più forte il grido «Mai più!».

"Mauthausen, umanità strappata" (foto e pensieri del secondo giorno)

"Mauthausen, umanità strappata": il diario del primo giorno

Sul sito della Gazzetta i ragazzi raccontano «in diretta» i loro pensieri e le loro sensazioni: 

  • Appena arrivata al campo, ho cercato di immaginare le fila di persone che percorrevano le stesse strade percorse da noi oggi. Loro avevano, però, a differenza nostra, la paura a dominarli e, probabilmente, anche la consapevolezza del fatto che, da quel luogo, molti di loro non sarebbero più tornati. La prima cosa che mi ha colpita, è stato il freddo. Com’è stato possibile sopravvivere con una quasi impalpabile divisa e delle scarpe di cartone in pieno inverno e senza cibo ?! Molto probabilmente la risposta a questa domanda è da ricercarsi nell’animo dei deportati, infatti, solo grazie alla loro forza di volontà e alla loro convinzione di poter ricominciare una nuova vita in futuro sono riusciti a fare ritorno a casa, seppure cambiati in modo irreversibile. In questi campi, l’uomo non poteva essere più definito tale, veniva privato della dignità, dell'individualità, ridotto ad un numero, quasi costretto a dimenticare il proprio nome. Immedesimarsi in una situazione del genere non è semplice per noi, perché siamo abituati a vivere nella comodità e nell’apparente perfezione del mondo moderno. Non oso pensare all’angoscia, che devono aver provato ogni giorno quelle persone innocenti, il timore di apparire troppo deboli per essere funzionali al lavoro, le percosse quotidiane, subite dalle SS e dai Kapo, infine, la stanchezza, la quale, si faceva sempre più presente. La vita, come tutti noi la intendiamo, non era più la stessa, privata di libertà ed identità propria, caratterizzata da un unico obiettivo: sopravvivere un altro giorno per poter sperare di poter essere liberati un giorno e cercare di ricominciare un nuovo capitolo della propria esistenza. Alice Boccacci, liceo Bertolucci

  • Cielo plumbeo, vento pungente, passi freddi, mi hanno accompagnato verso il cancello di Mauthausen ; le mie uniche parole si sono gelate in gola , davanti all immensità dell'arco a volta , che oltrepassato , reca solo Morte. Leonardo Battilocchio, Liceo Bertolucci 

  • Appena entrato nel campo di matausen ho cercato di immedesimarsi in uno dei migliaia lavoratori di questo campo, abbandonati a loro stessi, giudicati e maltrattati per un ideale razziale privo di ogni valore morale e costretti a lavorare in condizioni avverse e disumane. Non ho molte parole per descrivere ciò che ho visto, non potrei mai capire i sentimenti, il disagio dei deportati . Le disavventure che ho vissuto nel mio piccolo non si avvicineranno mai al dolore che loro hanno provato tutti i giorni. Credo che nessun uomo a questo mondo avrebbe mai voluto vivere questo tragico e macabro periodo storico dove l'odio, la violenza e la discriminazione erano alla base dello sviluppo della societá. Manu Marsico, Liceo Bertolucci 

  • Sembra sempre tutto lontano dai nostri occhi, tutto ciò che proviamo visitando il campo di Mauthausen non può essere spiegato nei libri: visitare è molto di più di una lezione ascoltata in un'aula scolastica o di una lettura di una pagina di un manuale. Trovandosi davanti a quei luoghi dove milioni di uomini sono morti, sorgono molte domande. Ad esempio com'è stato possibile tutto questo? Quello che noi oggi chiamiamo campo di Mauthausen, è stato il posto dove hanno vissuto moltissimi deportati. E quel filo spinato che delimitava la loro vita, segnava l'impossibilità di scappare, di essere liberi, di sperare, di essere uomini... Si perché all'interno del campo erano ridotti a numeri, simboli, cavie per lavorare all'interno della cava, anch'esso luogo di morte. Camminando lungo le strade innevate del campo si può cogliere il gelo e il silenzio che non lascia pace, che perseguita. Allo stesso tempo sembra di sentire le voci delle anime degli uomini che riecheggiano nell'aria, quasi volessero raccontare la loro storia, la loro vita che gli è stata rubata e purtroppo non potranno più riavere. Visitare questi luoghi è un'esperienza fortissima nel quale si comprende che non bisogna assolutamente dimenticare ciò che è successo. Michela Sabbatino, classe 5C Liceo Attilio Bertolucci 

  • Crudele è talvolta la mente umana. Concepisce progetti che sono letteralmente e paradossalmente disumani. La visita a Mauthausen mi ha fatto capire questo: l'uomo è capace di qualsiasi cosa. È in grado di uccidere, o meglio sterminare, intere popolazioni per il loro diverso pensiero; è in grado di ridurre altri suoi simili all'annullamento e alla negazione della propria umanità; è in grado di percuotere a morte un suo coetaneo, di vederlo soffrire, ma di tornare a casa alla sera ed essere sereno, spensierato con la sua famiglia, lasciando il lavoro alle spalle. Ma l'essere umano è capace anche di altro. Oggi ho avuto la possibilità di capire la sofferenza, ma anche la forza di vivere, la forza di sopravvivere con pochissimo cibo. Il menù settimanale comprendeva 910 grammi di carboidrati, 83 grammi di grassi e 243 grammi di carne. I detenuti sopravvivevano con piccole cose: avevano compreso l'essenza della vita. Anche un semplice gesto poteva cambiare la settimana. È il caso di un detenuto italiano: stava male, molto male. Durante il controllo mattutino, sull'attenti, si sentì improvvisamente un malore, come svenire. Due detenuti polacchi che si resero conto del suo stato lo sorressero da ambo i lati così che la guardia delle SS non se ne accorgesse. Oggi ci chiediamo a cosa possa esser servito questo gesto, eppure fu quello che gli salvò la vita. Se fosse caduto, la guardia non avrebbe certo esitato a sparargli. Da questa esperienza tutti acquistiamo una maggiore consapevolezza. Il viaggio della memoria non è solo un viaggio per ricordare. È un viaggio per cambiare. È impressionante vedere con i propri occhi una camera a gas e pensare che neanche ottanta anni fa lì dentro centinaia di persone vi morivano, tra urla e disperazione. L'istinto naturale di sopravvivenza costringeva gli uomini ad ammassarsi alla porta: e come cani, a grattare la vernice nella speranza che qualcosa cambiasse e che quelli fuori, che certamente sentivano, mossi da pietà aprissero quella porta. In fondo le SS erano persone umane anche loro, avevano una famiglia anche loro, come era possibile lasciassero i detenuti soffocare dentro quella stanza, soli e senza nome? In pochi secondi i prigionieri hanno visto la loro vita passargli davanti, riaffiorare nella mente, dopo giorni di sofferenza, di fame e di non vita. I ricordi non sembrano nemmeno appartenere a loro; appartengono ad un'altra vita, a un'altra persona. Forse meglio morire, piuttosto che subire tali atrocità. Il ricordo di questa atrocità non va dimenticato. Come è possibile dimenticare la violenza di quegli avvenimenti? “Quando non si riesce a dimenticare, si prova a perdonare” (Se questo è un uomo, P. Levi) Barbara Maracchini 5^E Liceo Scientifico Attilio Bertolucci

  • Cos’è rimasto? Cosa rimane di un fiore quando è passata la più grande delle tempeste? Dove vengono portati i suoi petali e la sua forza che prima lo teneva stretto alla terra? Un’intera vita per costruirsi, per poi essere spazzati come polvere. Calpestare i loro passi, annullarsi per un attimo e rendersi trasparenti. Lasciare che la mente si senta responsabile di una tale sconfitta umana. ‘ Mi dispiace’, ‘Com’è potuto accadere? Come fa un uomo ad essere indifferente di fronte alla morte di un suo simile?’. Queste le uniche parole che possono essere pronunciate sottovoce; il resto solo pensieri e immaginazione che fluttuano tra sensi di colpa e rabbia. Fortunati di poter guardare e non provare. Ecco cosa siamo noi oggi, qui, in questo campo. Fortunati di non sentire questo freddo penetrare sotto luride camicie, di non esser destinati a morire senza nome e di poter lottare affinché tutto questo non accada nuovamente. Hanno resistito sei anni in queste condizioni: 240 grammi di carne 83 grammi di grassi e 910 di pane. Ma non hanno resistito perché erano più robusti o più furbi. No. L’unica speranza che legava queste anime trasparenti era la solidarietà. Un sentimento che a noi oggi sembra quasi scontato e radicato, ma non è così quando si deve lottar per vivere: niente è scontato quando domina l’istinto di sopravvivenza. Persone che hanno preferito condividere un pezzo di pane piuttosto che morire come polvere senza neanche il ricordo nella mente di chi ha provato il tuo stesso dolore. Ricordare per ridare vita a tutto ciò che è stato annullato, per dare un nome a coloro che l’hanno perso. Ricordare per attutire i sensi di colpa che ci invadono rendendoci responsabili, anche se per pochi minuti. Sarebbero appassiti in ogni caso quei fiori. Magari in un’altra stagione, magari sotto un cielo più sereno. In memoria di quei fiori che hanno lasciato un solco più profondo nella terra più arida. Virginia Cavallotti, liceo Attilio Bertolucci 5E

  • Oggi come ieri mi sono sentita parte integrante della vera Memoria; la memoria che tutti noi dovremmo tenere viva per far si che il "germoglio cattivo", "il Male", non sia più propagato e giustificato per mezzo di un'ideologia. Quando si parla dei massacri della seconda guerra mondiale ci si dimentica che non solo gli ebrei erano sotto il mirino delle SS, ma anche gli oppositori politici, gli omosessuali, i portatori di handicap e molti altri ancora non conformi all'idea generalizzata nazista. Oggi ho capito e sono felice di una cosa: nel 2017, con estrema lentezza ma passo dopo passo, noi società stiamo finalmente arrivando a capire quanto l'erroneamente "diversio" sia la nostra richezza, il nostro punto di forza, il motore del cambiamento. Sara Salvador, Liceo A. Sanvitale, 5C 

  • "Quando siamo arrivati al campo e siamo entrati, pareva un po' come entrare nella porta dell'inferno." Aldo Carpi, Diario di Gusen. 197.464 coloro che hanno varcato la soglia arcuata del cortile del campo di concentramento Mauthausen-Gusen. Più della metà di loro non ne sarebbe uscita. Non c'era morte oggi, in quel campo. Nessuna adunata nel cortile, ne turni di lavoro alla cava. Non risulta difficile però immaginare. I racconti della guida ci trasportano in un doloroso trascorso. La memoria. Questo è l'obbiettivo. Non si può dimenticare un passato di disumanità, non se ne possono dimenticare le vittime. Colpa di pochi, responsabilità di molti. Migliaia di persone sono passate davanti ai civili della piccola cittadina di Mauthausen per raggiungere con una marcia di alcuni chilometri la fortezza del campo, eretta in cima a una collinetta sovrastante il paese. Nessuno mai si è opposto. Il 27 settembre 1941 Elenore Gusenbauer, proprietaria di una fattoria di fronte alla cava si limita, in una lettera alla polizia di Mauthausen, a chiedere di porre fine a queste azioni disumane o di svolgerle in differente luogo, a causa della sua debolezza di cuore. A nessuno importava più di tanto. La vita continuava come se niente fosse. L'omertà era all'ordine del giorno. O nessuno si rendeva conto di cosa realmente accadesse all'interno di quelle mura di grigio granito? Ma come è possibile non vedere qualcosa che si ha sotto gli occhi ogni giorno? Ma forse la domanda giusta è: come si fa a non voler vedere? Nel lager, un campo da calcio, proprio lì, di fianco alle baracche dei malati. Coloro che per sei giorni avevano incusso terrore e morte la domenica giocavano a calcio con squadre provenienti da tutta la regione. Erano la squadra delle SS. Del resto non avevano diritto anche loro a un meritato riposo dopo tanto duro lavoro? Mentre si giocava per il divertimento umano, cinquanta metri più in alto trovavamo esseri a cui l'umanità era stata strappata, come la dignità, con la forza. Qualcuno tremava per il freddo oggi, nonostante giacca e sciarpa fossero ben sistemate. Lo stesso freddo settantacinque anni fa circa allo stesso modo ha incontrato gli internati del campo, con la piccola differenza che la loro pelle non era coperta che di stracci, scalfita dalla gelida aria del tagliente inverno di Mauthausen. Dimenticare significa accettare, accettare significa diventarne responsabili. Nessuno può permettersi di lasciar sbiadire il ricordo delle atrocità che i campi hanno portato. Oggi la memoria è viva e forte in noi, che abbiamo avuto l'opportunità di farci portavoce di un messaggio senza tempo: ricordate. La memoria. Questo è l'obbiettivo. Fabio Lestini, liceo Attilio Bertolucci 5E 

  • Mauthausen, 2 Febbraio 2017: il freddo, la neve, il cielo grigio, perché in alcuni luoghi la luce non è mai entrata. Le mura nere del campo immerse nel bianco più totale, intorno il silenzio e la desolazione, uno spazio talmente vuoto da risultare opprimente. La verità è che in un posto come questo non conta ciò che vedi, ciò che c’è, ma ciò che non c’è più; è quello che fa riflettere. Le baracche spoglie e gelide, un pigiama a righe un po’ logorato, un prato con tante croci, un salice piangente isolato: tutto a Mauthausen è esattamente come lo avevi immaginato, eppure rimani impietrito, fermo immobile con una marea di domande, cercando nel corso della storia qualcuno a cui addossare tutta la responsabilità, perché il male fa meno male quando hai trovato il colpevole. “Siamo qui per cercare di capire” sono le parole della guida appena ci incontra. Ma quando, finita la visita, ritorni al pullman, che cosa hai capito? Rimani lì, da solo, con un forte senso di rabbia. “Considerate se questo è un uomo”, scriveva Primo Levi, “che lavora nel fango che non conosce pace che lotta per mezzo pane che muore per un sì o per un no”: certo è, che è molto meno uomo chi ha avuto la leggerezza (e non il coraggio) di commettere una violenza talmente atroce e assurda da essere semplicemente bestiale. A Mauthausen non c’è niente. Di tante vite, tante persone che ormai ci sembrano fantasmi, rimangono troppe tombe, troppi nomi senza più un proprietario, ma soprattutto un’unica, incolmabile domanda: perché? Chiara Morini, liceo Attilio Bertolucci 5E 

  • Disumanità, una caratteristica fondamentale da attribuire a tutte quelle persone che riuscirono ad eseguire gli ordini senza farsi alcuno scrupolo. Il dovere sembrava essere diventato il principio primo, senza il quale, un uomo non poteva adempiere al suo ruolo nella società. Eseguire il proprio lavoro diventò persino la giustificazione di tutte le atrocità commesse dai nazisti, durante la Seconda Guerra Mondiale. Alla base, però, non poteva esserci solo questo; sicuramente, qualcos’altro deve aver spinto queste persone a compiere queste azioni: forse soldi, brama di potere oppure, semplicemente, la forte fede nel regime e nelle sue teorie razziali. É realmentente possibile riuscire a rinunciare alla propria umanità e alle proprie emozioni solo per seguire un strada dettata dall’avarizia? Sicuramente, un’irrazionale esaltazione del nazionalsocialismo ha contribuito a tutto questo, ma non è stato l’unico fattore. Un’intera società ha taciuto di fronte a tali brutalità, perciò ricordare e riflettere sui fatti accaduti non basta. Il ricordo, infatti, rimarrà sempre fondamentale solo se, insito in persone consapevoli del fatto che, un tale “male” non dovrà più accadere in futuro. Alice Boccacci, liceo Attilio Bertolucci 

  • 61789. Un numero e un uomo, una vita, una famiglia, dei bambini, dei vicini, una tradizione: tedesco? Francese? Italiano? Ebreo? Che importa? Il camino rosso si staglia alto sulla collina di Mauthausen, una ferita ancora sanguinante in mezzo al bianco candido della neve illuminata da un pallido sole. Intirizziti dal freddo si entra nel mostro, il mostro, il male più puro, eppure noi l'abbiamo creato: la signora Gusebauer che chiede di smettere di uccidere gli uomini, o meglio, che non vengano uccisi davanti alla sua tranquilla cascina, per favore; il macchinista del treno che deve arrivare in orario, l’allevatore che vende il sui cibo alle Ss. Ss? Anche loro sono il male. No, sono ragazzi. Età media? 22 anni. A 22 anni si ha il coraggio di guardare negli occhi un uomo e decidere che la sua vita non è più degna di essere vissuta. Cosa abbiamo creato? Eppure ci si abitua a tutto: i deportati si abituano a portare il granito su dalla cava, a dormire in 4 in un letto, a subire i pestaggi, ci si riesce anche ad abituare alla paura di non poter più rivedere il sole. Oh ma la speranza è forte, alla vita non si rinuncia, non rinunciano nemmeno loro. Ritorna prepotente la domanda. Di chi è la colpa? Mia Tua Nostra. Il ricordo non basta, oggi la gente muore, come nei campi di concentramento, fino a che punto il nostro cuore, ora consapevole, sopporterà? Manuel Marsico

  • L' ULTIMO GRADINO È difficile immedesimarsi in quegli uomini magri, sciupati, privati della loro umanità che si svegliano ogni mattina al suono di una sirena, più deboli della sera prima. Questa debolezza consuma la mente e la carne come fosse un parassita che trasforma quell'uomo in una bestia, talmente debole da non avere più le forze di provare emozioni, ormai gli riesce impossibile persino piangere, rassegnandosi ad una fine ormai certa. È difficile mettersi nei panni di quell' uomo che ogni mattina, dopo la sveglia si reca, a stento, alla cava di granito, ad estrarre massi per ore intere; poi ogni tanto alza gli occhi verso l' orizzonte e ammira davanti a sé quella libertà che tanto gli manca, quella libertà che ora assume un significato diverso per lui, quella libertà che si trova a pochi metri, ma che ogni giorno è sempre più distante, quella libertà che sogna tanto ma inconsciamente sa che sarà ormai irraggiungibile. Forse un muro di cemento è meno straziante di quel muro invisibile. È difficile comprendere l' angoscia di quell' uomo che ogni giorno percorre le scale della morte, con un masso che gli pesa sulla schiena, con la consapevolezza che quello potrebbe essere il suo ultimo gradino, con i Kapo alle spalle che per semplice divertimento potrebbe spingerlo con un calcio giù dalla scalinata, senza nessuna possibilità di sopravvivenza. Forse quel giorno sarebbe stato il suo turno, forse sarebbe stato quello, il suo ultimo sospiro, il suo ultimo gradino... Cojocaru Lucretiu 5B meccanica I.T.I.S Leonardo da Vinc

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