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di Paolo Zani*

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Parliamo della fine anni sessanta-metà anni settanta. A quei tempi la «Massese», la strada che da Parma porta a Rigoso e, quindi superato il Passo del Lagastrello, in Lunigiana ed al mare, non è che fosse molto diversa dall'attuale. In questi anni sono stati fatti alcuni correttivi al percorso. Però la sostanza di fondo non è cambiata. Ed infatti, quel lungo tortuoso biscione che porta in Val D'Enza ed in Val Cedra (che potrebbe trasformarsi in un'agevole superstrada solo nel caso fosse finalmente realizzata l'ormai indispensabile diga di Vetto) continua a rimanere un incubo per gli automobilisti. La tortuosità di questa strada fu magnificamente descritta da Lino Lionello Ghirardini, illustre figlio della Valle dei Cavalieri, esattamente di Ranzano, raffinatissimo intellettuale e apprezzato medievalista il quale ironicamente sosteneva «che se un ammalato, in ambulanza, partiva da queste valli per essere trasportato a Parma, durante il tragitto poteva anche morire. Ma una volta morto, dato il trambusto di tornanti e curve, poteva anche risorgere». Non è che a quei tempi la strada fosse dotata di molti distributori di benzina. Quei pochi sorgevano nei paesi, ma lungo il tragitto, se si rimaneva a secco, erano guai seri specie in certi orari. A questo punto, però, un doveroso «amarcord» è giusto dedicarlo ad uno storico benzinaio di questa strada, un certo Piazza di Boschetto di Tizzano il quale, a qualsiasi ora del giorno e della notte, era sempre disponibile e fare il rifornimento di benzina dal suo mini-distributore posizionato davanti a casa. Un gran gentiluomo il buon Piazza, allora già anziano, un uomo di poche parole ma di grandi valori, come sono i montanari. Le stazioni di servizio del terzo millennio, sia sulla «Massese» che ormai dovunque, assomigliano sempre più a basi spaziali dove tutto è demandato all’informatica, al «fai da te», ad una quantità impressionante di manovre da fare per il pieno di carburante. Già il fatto di trovarsi in questi spazi, a volte immensi e inquietanti a contatto con uno pseudo robot che ti parla attraverso una scritta magnetica che appare nel visore, crea una certa ansia. Innanzitutto è necessario porsi davanti all’erogatore giusto per non infilare nel motore altre cose. Poi, finalmente, quando ci si è posizionati davanti alla colonnina di benzina «super» o «verde», inizia il rito dell’immissione delle banconote in una gola profonda che molte volte le risputa indietro in quanto spiegazzate, stropicciate o logore. Può pure succedere che la gola ingurgiti le banconote ed il distributore, a causa un imprevisto bisticcio dei contatti elettronici, non eroghi benzina. Nel più fortunato dei casi esce una ricevuta con la quale si invita a ripassare quando il distributore sarà aperto in modo da rimediare all’inconveniente. Se l'inghippo accade di notte, o si dorme in auto, oppure, se il cellulare ha «campo», si telefona a qualcuno per farsi venire a rimorchiare. Sono rari i distributori che prevedono ancora presidi umani che provvedono ad erogare benzina, pulire il vetro, verificare il livello dell’olio, la pressione delle gomme e, se sono in luna giusta, rispondere anche al «buongiorno» o alla «buonasera». Ora, tutto è lasciato a un tristissimo «fai da te» specchio dei tempi in cui viviamo. Un tempo le cose andavano in modo assai diverso. Intanto, di auto in circolazione, ce n’erano molto meno e poi i distributori avevano un volto, una voce, un consiglio, un suggerimento a volte anche un sorriso. Ad esempio sullo Stradone, provenendo dal Ponte Italia e procedendo verso lo Stadio, erano ubicati alcuni distributori. Uno molto importante dell’Agip, prima di Barriera Farini, con personale premuroso, capace e competente e dove funzionava non stop un servizio di lavaggio a mano delle auto che uscivano tirate a lucido come se fossero state dall’estetista. In zona Stadio stazionavano altri due distributori: uno della Shell, rimasto aperto fino a qualche anno fa, anche in questo caso gestito da personale molto valido, ed un altro più piccolo laddove ora regna la «rotonda» del Petitot che erogava benzina Caltex. Il benzinaio, un certo Pinazzi, era un signore simpaticissimo dai folti baffoni bianchi e dalla divisa verde - bottiglia della Caltex il cui marchio troneggiava su uno stemma sul quale era impresso lo stellone rosso simbolo della compagnia petrolifera. Poco più avanti, sulla destra, un altro distributore dell’Agip del gentilissimo e simpaticissimo Nicola Cioce, un gran gentiluomo: benzina, sorriso e buone maniere. Era un piacere fare benzina: si scambiavano quattro chiacchiere, si commentavano i fatti del giorno, la partita del Parma, le condizioni del tempo. Nei distributori che si incontravano nei paesi non era raro attendere un attimo e poi, dopo il rituale colpo di clacson, vedere arrivare trafelata la benzinaia anziana o anche belloccia con il grembiule la quale alternava le faccende domestiche alla gestione del distributore. E poi le pompe per la miscela dei motorini che funzionavano a mano azionando una leva, lo straccetto di pelle di daino sempre a disposizione in un secchio d’acqua per pulire i vetri e i fanali, il feltrino in omaggio se si faceva il pieno. A volte, anche il cambio della gomma bucata o della lampadina bruciata del fanale, erano compito del benzinaio. C’erano anche distributori che fruivano di un bar oppure erano posizionati dinanzi ad una trattoria gestiti dallo stesso proprietario come spesso accadeva lungo le nostre strade appenniniche oppure percorrendo la cara- vecchia Via Emilia immersa tra campi di erba medica, «tomàchi», «bärbi» e filari «äd lambrùssch». Oggi è tutto cambiato e non solo per quanto concerne i distributori di benzina. L'informatizzato automobilista moderno sale sull’auto, si chiude dentro sigillato come un wafer nel suo pacchetto, pigia sull’acceleratore e programma il «navigatore» sicuro che giungerà alla meta salvo imprevisti del destino che, per il momento, neanche l’informatica più raffinata è riuscita ad ipotizzare essendo ancora gestito da quel «Grande Costruttore» che può fare a meno di qualsiasi strumento per guidare la grande macchina del Creato. Così facendo, l’uomo bionico, può finalmente sfogarsi con il suo «viva voce», pensare ai suoi appuntamenti e ai suoi affari con un occhio proteso alla strada e l’altro, sfidando lo strabismo, al «navigatore». Uno strumento, dunque, utilissimo, avveniristico, fantastico, eccezionale. Facciamo adesso un salto indietro nel tempo.
Quando una strada non ci convinceva e temevamo di averla sbagliata, iniziavano le allucinanti tiritere fantozziane nel chiedere informazioni a passanti, ciclisti, benzinai, osti, vigili. Spiegazioni a volte chiare e precise, altre che, definire deliri, è poco. Poi, finalmente, la strada giusta che faceva tirare un grosso sospiro di sollievo. Ora con il «tom tom» queste scene sono spartite. Però, come sempre accade, ogni conquista presenta lati positivi ma anche negativi. Ma pensate un momento alla tristezza ed alla solitudine di un automobilista che, per ore e ore, viaggia colloquiando con il «navigatore» e con il cellulare (con il rischio di vedersi appioppata una multa salatissima) senza vedere o parlare fisicamente con nessuno. Una volta ci si incavolava, è vero. Si disturbava anche qualche santo del paradiso, ma, almeno, si metteva la testa fuori dal finestrino e si parlava con il primo o la prima che si incontravano per chiedere informazioni. Se si era proprio scalognati si incappava nello «scemo del villaggio» o in qualche balbuziente. Ma a volte si poteva impattare con la battuta spiritosa di una persona simpatica, si poteva assaporare il suono ruspante dei vari dialetti, la grazia di qualche bella fanciulla, le colorite espressioni di un barista, le tiritere di un anziano che non la smetteva più di parlare. C’era chi alitava vino e aglio, ma ci si poteva imbattere anche in fanciulle in fiore che masticavano chewingum alla menta. Un mondo vario, singolare e variopinto che però ammantava di novità il viaggio. Oggi non si socializza più. Il «navigatore» provvede a soddisfare i nostri bisogni e, se potesse, ci farebbe pure il caffè e ci accompagnerebbe alla toilette. Prima o poi anche i nostalgici dei viaggi pionieristici cederanno alle comodità del «navigatore» anche se ad un bel momento, non è detto che non si faccia zittire quella petulante vocina metallica che segnala curve e controcurve, per ascoltare le indicazioni di una bella barista o di una giunonica benzinaia che, al solo vederle, infondono tanta gioia che, poi, è il viatico di un buon viaggio. Anche con il rischio di sbagliare strada!

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