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Le «innominabili case» (chiuse) che popolavano Parma: la mappa

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Borgo San Silvestro, via Dalmazia, borgo Valla, piazzale Sant’Apollonia, e «Boróg d’la morta»
Una mappa dei «luoghi di piacere» parmigiani chiusi dalla legge Merlin 60 anni fa

Anche di recente l’argomento ha fatto molto rumore in quanto, da alcune parti politiche, con l’intento di togliere le prostitute dalla strada e dalle già degradate periferie cittadine regolamentando il mestiere più vecchio del mondo, è stata avanzata la proposta di abolire la «legge Merlin» e riaprire le «case chiuse». Dopo un fuoco incrociato di polemiche la proposta pare sia stata accantonata. Ma le gente nelle strade, nei negozi, nei mercati, sulle piazze, quando affronta questo problema, non manca di fare riferimento a quella famosa legge che, ancor oggi, vanta estimatori e denigratori.
LA MAPPA
Com’è noto la legge, che prende il nome dalla senatrice Lina Merlin, divenne operativa il 20 febbraio 1958 (60 anni fa!) dopo un lunghissimo iter che vide opporsi fino all’ultimo monarchici e missini.
Sette mesi dopo la pubblicazione della legge sulla «Gazzetta Ufficiale», alla mezzanotte del 20 settembre 1958, vennero chiusi oltre 560 luoghi di piacere in tutta Italia, compresi ovviamente i «bordelli» parmigiani che, secondo gli «amarcord» di chi li ha frequentati, erano dislocati in centro storico: borgo San Silvestro, via Dalmazia, borgo Valla, piazzale Sant’ Apollonia, e «Boróg d’la morta», quest’ultimo, assai proletario.
BORDELLI DI LUSSO
Ma esistevano bordelli di lusso come il «Paradisino», la casa di tolleranza ubicata negli anni Trenta in borgo Garimberti, dove l’elegante giardino era impreziosito da una peschiera. Mentre il più famoso era in borgo Tasso frequentato da molti studenti che, proprio a questo bordello, dedicarono un inno : «Borgo Tasso tu sei la mia patria/ sei la strada che porta in casino/ gli studenti han sempre vent’anni ecc. ecc.».
In un numero di «Parma di una volta» di Tiziano Marcheselli (Gazzetta di Parma editore), oltre le belle foto d’epoca del mitico Montacchini, è riportato il testo di una lettera di raccomandazione inviata dalla tenutaria di un bordello ad una signora che raccomandava una sua protetta.
LUOGHI DI «INIZIAZIONE»
Ma com’erano i bordelli parmigiani? A questo punto bisogna affidarsi a coloro che hanno buona memoria e i capelli bianchi o grigi poiché il ricordo, dato il tempo trascorso, è assai nebuloso. I luoghi di piacere parmigiani, come gli altri sparsi sul territorio nazionale, per alcune generazioni hanno rappresentato un autentico momento di iniziazione alla vita. Addirittura tra le «maitresse» e gli abituali avventori sbocciava una complice amicizia e quel senso di rispetto che il gestore di un qualsiasi esercizio commerciale riservava ai clienti i quali presentavano diverse caratteristiche. C’erano i timidi, gli altolocati, gli sbruffoncelli, i figli di papa’ e gli anziani che non si rassegnavano alle legge della natura che pone un termine a tutto. Anche al piacere. E poi c’erano gli intenditori che, da raffinati in questo genere di «compere», attendevano con ansia il cambio della «quindicina» per incontrare sempre nuove e più affascinanti fanciulle che avrebbero fatto loro trascorrere momenti indimenticabili.
NORME D'IGIENE
Ovviamente, come in tutti gli esercizi commerciali, ne esistevano di prima, seconda e terza qualità con tanto di cartelli esposti sulla porta (ora articoli da museo) che indicavano prezzi, durata del rapporto e alcune norme riguardanti igiene e sicurezza. I bordelli di lusso erano ovviamente frequentati da persone danarose e potenti, prevedevano salotti molto riservati dove «l’innominato» entrava (da una porta secondaria per non farsi vedere) e accedeva direttamente nell’alcova paludata di specchi, velluti, spessi tendoni alle finestre affinché non entrassero luci e sguardi indiscreti e profumata da pesanti essenze da decadentismo dannunziano.
Poi c’erano case di tolleranza decenti e quelle per il popolaccio dove non era difficile che, per le scale, scoppiasse qualche lite tra avventori subito sedata dallo sbirro della «buoncostume» che in borghese stazionava nel borgo nelle ore di punta.
GLI STUDENTI E LA «ZIA»
I clienti più assidui, ma più squattrinati, erano gli studenti universitari e i militari per i quali la «maitresse», chiamata affettuosamente «zia», aveva un occhio di riguardo. E poi, al mercoledì e al sabato, c’era l’ondata dei montanari e degli agricoltori che venivano in città per il mercato i quali, terminato l’affare con la solita stretta di mano sotto il monumento di Garibaldi convalidata da una potente manata del mediatore, si avventuravano alla chetichella nei famosi borghi prima di fare ritorno al paesello facendo bene attenzione di non perdere la corriera o lo «specialino» che partivano da Barriera Farini.
Non era raro che nei bordelli si trovassero padri e figli, zii e nipoti. Dopo un primo momento di imbarazzo, la solidarietà fra uomini aveva il sopravvento.
GLI ANEDDOTI
I bordelli furono anche teatro di simpatici e curiosi episodi che, nel tempo, divennero leggenda. Ad esempio l’incontro tra padre e figlio in un bordello parmigiano agli inizi del novecento. Il padre, agiato possidente agricolo del primo contado, mentre il figlio, a sua insaputa, era impegnato in una stanza a luci rosse, discutendo amabilmente con un altro avventore, anch’egli di campagna, commentò il caro - vita dei quei tempi. «Bisogna fare economia» disse l’anziano agricoltore . «Al g’à ragión siòr Gjuli - rispose il suo interlocutore - me fjól con un pomm l’è bón äd magnär tri micchi äd pan». «Cära lu - rispose sconsolato al sjòr Gjuli - me fjól invéci con ‘na brùggna al s’é magné tri sit». Il sjòr Giuli ebbe poi conferma di quello che aveva appena detto quando il figlio uscì frettolosamente dalla stanza del piacere.
Un altra storia tra il boccaccesco ed il comico accadde, sempre in un lussuoso bordello parmigiano appena dopo la guerra.
Lo zio, un noto avocato cittadino amante della bella vita e delle belle donne, aveva un nipote che, essendo l’avvocato senza figli, sarebbe divenuto il suo erede) il quale non aveva certamente la grinta dello zio poiché le donne lo spaventavano a causa di una timidezza sconcertante. Un bel giorno lo zio decise di accompagnare il nipote nel bordello di fiducia in quanto, il ragazzo, doveva essere iniziato alla vita.
L’anziano avvocato spiegò per filo e per segno al nipote come doveva comportarsi e, prima di spingerlo nell’alcova del piacere, gli fece trangugiare un bicchiere di cognac. Un paio di avvenenti ragazze, dopo l’ordine ricevuto dalla tenutaria del locale, si avvicinarono al giovane e, strusciandogli addosso come gattine, lo accompagnarono su per le scale.
Giunto sul ballatoio, il ragazzo, rivoltosi allo zio, disse visibilmente appagato: «Zio, a són bèl a po’st. An’ gh’è pu bizòggn äd gnénta». Non è dato di sapere cosa abbia pronunziato in quel momento lo zio avvocato. Lo possiamo solo immaginare!

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Indiana

    23 Febbraio @ 13.33

    Indiana

    Sarei tanto curiosa di sapere com'era "alla buona"

    Rispondi

  • Sandrino

    22 Febbraio @ 11.01

    articolo molto interessante dal punto di vista storico!!

    Rispondi

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