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Pompei, torna alla luce il vicolo dei balconi

L'area verrà restaurata e inserita in un nuovo percorso

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Trovata una scena di nudo di Marylin Monroe che si riteneva distrutta

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Il rosso pompeiano come veramente era, così intenso da richiamare il vino tanto amato dai romani. E poi gli ocra pastosi e rilucenti, le decorazioni geometriche, gli animali, i fiori. A quasi duemila anni di distanza dall’eruzione del 79 d.C che seppellì persone e cose, Pompei restituisce i suoi veri colori insieme ai frutti emozionanti dei nuovi scavi, i primi in epoca recente in una zona 'verginè dei 66 ettari lungo i quali si estendeva la colonia romana.
Dalla terra, raccontano architetti e archeologi mostrando tutte le meraviglie già messe da parte, escono ogni giorno nuovi tesori, anfore, lucerne, affreschi, vasellame. Ma tra le nuove sorprese la più straordinaria riguarda il vicolo con i balconi aggettanti che hanno resistito alla furia dell’eruzione lasciandoci la traccia dei parapetti e delle coperture in tegole, le anfore del vino ancora rovesciate in un angolo ad asciugare al sole. «Per Pompei la conservazione del piano superiore è una rarità», sottolinea all’ANSA il direttore del Parco Archeologico Massimo Osanna, anticipando che proprio per questo i quattro balconi verranno restaurati e inseriti in un percorso tutto nuovo che collegherà la via di Nola con il vicolo delle Nozze d’Argento.
Dieci metri più in là rispetto alle case con i balconi, gli operai hanno appena finito di liberare la parte superiore di una parete in quella che appare una bella residenza borghese. Nudo e riccioluto, un drappo color del mare sulla pelle rosata da putto, un amorino compare giocoso sullo sfondo colore del vino davanti agli occhi di archeologi e cronisti. L’emozione è palpabile, la presenza del puttino, che regge in mano un secchiello colmo d’acqua, fa pensare che nella parte più bassa della parete - al momento ancora coperta dalla terra - ci siano altre più ricche decorazioni. «Sono case di buon livello», fa notare Osanna. Accanto, nello stesso complesso ma affacciata su un lato diverso della via, sta tornando alla luce una seconda residenza con un bel giardino quadrato che all’epoca dell’eruzione doveva essere in via di rifacimento: «Con tutta probabilità lavori di ristrutturazione dopo il devastante terremoto del 62 d.C.», fa notare il direttore. Tant'è, la giovane esperta di archeobotanica che affianca la squadra di circa 40 persone mobilitate per gli scavi sta studiando i resti di quel giardino cercando di ricostruirne le essenze. Ha colato del gesso nei vuoti lasciati dalle radici, in pratica la stessa tecnica che ha fatto arrivare fino a noi i commoventi calchi delle vittime. «Al momento l’idea è che si trattasse di un orto circondato da cespugli e alberi, forse da frutta», anticipa al direttore.
Incentrato su un’area di 1400 metri quadrati, in quello che gli archeologi chiamano 'il cuneò, un grande triangolo inesplorato nella Regio V, lo scavo - che punta in primo luogo alla messa in sicurezza di 2,6 chilometri di muri a rischio crolli - impegnerà gli esperti ancora per mesi. Potrebbe riportare alla luce inaspettati tesori e anche, chissà, i resti di nuove vittime, fuggiaschi sorpresi dalla morte mentre cercavano la salvezza in strada. Anche solo rispetto a dieci anni fa oggi lo scavo può contare su tecnologie all’avanguardia spiega l’architetto direttore dei lavori Gianluca Vitagliano, dalle riprese dall’alto con i droni ai laser scanner fino alle microtelecamere infilate nella terra che possono scrutare in via 'endoscopicà, come si fa in chirurgia, le cavità del terreno.
Intanto riappare la seconda vita di Pompei, quella cominciata a metà del Settecento, con i primi scavi: «Abbiamo potuto ricostruire la loro tecnica di cantiere, il modo in cui arrivavano alle scoperte e si muovevano sotto terra, scavando una buca profonda - racconta Osanna - dalla quale facevano partire lunghi cunicoli. Molte cose, anche gli affreschi, le portavano via per esporle altrove, tante altre, per noi oggi altrettanto preziose, le lasciavano». E’ il caso di un grande bacile di bronzo, bellissimo, abbandonato forse perchè privo di una delle due maniglie. Ma anche di tanti frammenti di dipinti murali. Come quello che ritrae una splendida pantera fulva su fondo chiaro. Strappato e gettato via, è arrivato a noi in tre frammenti. Un piccolo, struggente, brandello di quotidianità che l'archeologo ricompone tra le sue mani.

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