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Ruota panoramica, autoscontri,
tirassegno e pesciolini rossi simboleggiavano l'inizio della primavera
e invogliavano a uscire «in spada»
Per San Giuseppe, quando le stagioni erano serie, la gente «usciva in spada». Forse ai giovani ed i giovanissimi risulterà strana questa espressione ma per i nostri nonni « gnir fóra in späda» significava dare il benvenuto alla primavera riponendo in naftalina capotti e tabarri per «spianare» magari l’abito nuovo in occasione della tradizionale fiera parmigiana che si festeggia il 19 marzo. Il detto «uscire in spada» è antichissimo, infatti, fa riferimento a quei signorotti che, secoli fa, quando arrivavano i primi tepori primaverili, attaccavano il mantello al chiodo ed uscivano in «bella vita» facendo sfoggio dello spadino che tenevano appeso alla cintura dei pantaloni. Per i giovani d’un tempo, comunque, la «Féra äd san Giuzép» era «andär par vjóli al dopmezdì con la moróza», per i ragazzi era fare una bella scorpacciata «äd bosilàn», la classica torta primaverile che le «rezdore» preparavano utilizzando le uova fresche del pollaio in primavera ancor più buone. Significava fare un tuffo nel divertimento semplice e molto spartano dei «baracón», salire su una giostra, lanciare palle di stoffa contro un bersaglio, gustarsi un bastoncino di zucchero filato, addentare un croccante o una frittella dolce che vendevano gli ambulanti che ravvivano la fiera con il profumo fiabesco dei loro dolciumi. Insomma, la Fiera di San Giuseppe era un abbraccio alla primavera parmigiana che tappezzava di viole i prati del Giardino Pubblico, della Cittadella e dei fossi del primo contado. E, con la «Féra äd san Giuzép», arrivavano anche i «baracón» che un tempo si insediavano rigorosamente in oltretorrente in quanto la «Féra äd san Giuzép» è nata «de dla da l’acqua», per la precisione in borgo San Giuseppe, per poi espandersi nei borghi limitrofi e, ovviamente, in Parco Ducale. Era la fiera di una città che si ritrovava nella sua parte più suggestiva e popolare alla primaverile brezza birichina della Parma che, rotolando già dai monti, portava a valle il profumo dei prosciutti e delle violette. I «giorni dei baracconi» , oltre ad avere una colonna sonora e cioè le canzoni e i motivetti dell’epoca, sprigionavano pure il caratteristico aroma di fritto e di vaniglia dei tipici dolci da sagra. Tutta Parma saliva in giostra, sugli autoscontri, sulla ruota panoramica che, negli anni settanta, fu installata nell’area «ex Gondrand» offrendo la possibilità a tanta gente di dominare Parma dall’alto in una sorta di onirico sogno felliniano. E poi i vari ambulanti che vendevano i palloncini per i bambini, le lozioni portentose per i calvi e per i calli, le zingare dalle sottanone larghe e immancabile nidiata di prole attorno che leggevano la mano e distribuivano il pianetino della fortuna con i numeri magici da giocare al lotto. Ed ancora: i mendicanti che stendevano la mano al mesto suono del loro pianino a manovella, militari in libera uscita con tanto di bustina in testa e morosa di fianco, impeccabili carabinieri che pattugliavano la zona vegliandola dal solito ladruncolo che si mescolava tra la folla e poi i venditori di canarini e cocorite che contendevano ai bambini la gazzarra, lo stand dei pesci rossi poiché non si poteva lasciare i «baracconi» senza portare a casa una bustina di plastica ricolma d’acqua nella quale si dimenava a fatica un pesciolino rosso o giallo. I divertimenti erano poi suddivisi per età e condizioni diverse. Ai bambini erano dedicate le care e vecchie giostre, mentre i giovanotti preferivano l’autoscontro a bordo del quale potevano fare i «fenomeni» con quelle ragazzine che avevano adocchiato in precedenza, mentre per i più coraggiosi era riservato il «calcinculo» che attirava sia ragazzi che ragazze. Si trattava di una giostra spericolata che consentiva a coloro che stavano a terra, in attesa del loro turno, di scrutare con interesse le sottane delle ragazze che la velocità della giostra provvedeva ad alzare offrendo un panorama davvero piacevole per i baldi giovanotti. Un altro divertimento tipico dei baracconi di ieri era il «tirassegno», le famose «tre palle per un soldo» che attiravano tanti giovanotti ammaliati dal sorriso compiacente di avvenenti bionde o lungo crinute more, autentiche sirene di questi stand. Fra le varie attrazioni dei «baracconi parmigiani» una, in modo particolare, affascinava i giovanotti dell’epoca quando, in occasione della «Fiera di San Giuseppe», veniva installata in via Costituente. Si trattava di un gruppo di acrobati che effettuavano il «giro della morte» su apposite motociclette all’interno di una sfera infernale.
Un numero davvero mozzafiato che faceva stare tutti, uomini e donne, giovani e anziani, con un palmo di naso nell’osservare quei «matti» che, a cavallo di roboanti motociclette, roteavano intorno come palline. Campione di questa specialità circense era una famiglia parmigiana: i Boni. Il capostipite fu Giuseppe, «pramzan dal sass» di borgo Bartàn, nato nella stessa casa dal grande poeta dialettale Gigèn Vicini, il quale con il figlio Vittorio, attuale gestore del trenino del Parco Ducale, fu uno dei più noti virtuosi del «Globo della Morte». Giuseppe Boni, «Pippo» per gli amici, dopo la guerra che lo vide marinaio sull’incrociatore Cadorna, nel 1946, conobbe tale Musso, piemontese, titolare del «Globo della Morte», venne assunto e in seguito diventò socio. Nacque, così, la «troupe Boni’s» composta da Giovanni Musso e Ginetto Variotto esperto nei vari trucchi del globo che insegnò a Boni. Nell’estate del 1958 Vittorio Boni, figlio di Giuseppe, si aggregò alla compagnia, si appassionò di questa spericolata arte del brivido, abbandonò gli studi e diventò acrobata delle moto a tutti gli effetti. I «Boni’s» si esibirono in tutta Italia effettuando tournèe anche all’ estero. L’ultimo «globo della morte», nella nostra città, fu installato in occasione della «Fiera di San Giuseppe» del 1964 in via Costituente, poi negli anni settanta Boni padre e figlio decisero di lasciare. Da qualche anno, grazie alle associazioni di commercianti e ad alcuni circoli come l’«Aquila- Longhi» la «Fiera di San Giuseppe», dopo anni di oblio, ha risollevato la testa e le strade principali dell’Oltretorrente pullulano di bancarelle.
Sono cambiati i tempi e, ovviamente, è cambiato anche il più significativo appuntamento marzolino dei parmigiani. La cara - vecchia «Féra äd san Giuzép » quando la gente usciva «in spada», ormai, fa parte del capitolo romantico della storia della nostra città avvolta dalla polvere del tempo. Ma Renzo Pezzani, grande cantore della parmigianità con Luigi Vicini, tutto ciò lo aveva preconizzato con questi versi struggenti e realistici: «Povra féra’d San Giuzép/ primavera di me vec/ at si morta adäzi adäzi/ sensa sbraj e sensa squäsi».

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