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8 Marzo, e in Borgo Marodolo i vandali colpiscono il totem de 'La città delle donne'

08 marzo 2020, 09:53

8 Marzo, e in Borgo Marodolo i vandali colpiscono il totem de 'La città delle donne'

Una "curiosa" coincidenza: l'8 marzo, nel giorno in cui si celebrano le conquiste femminili in materia di diritti e di libertà e si riflette sulla strada che ancora c'è da fare per una completa autonomia, libertà e dignità dlele donne, i vandali se la sono presa con uno dei 10 totem del progetto "La città delle donne".  Dieci totem, appunto, che ricostruiscono la storia femminile a Parma e che, tramite l’attivazione di una applicazione per smartphone o tablet, permettono di scaricare immagini, video, testimonianze e approfondimenti sulla storia delle bustaie di fine ’800, delle prime donne elette in consiglio comunale nel 1946, delle sovversive durante il regime fascista o delle femministe degli anni ’70, delle partigiane o delle donne che negli anni ’80 fondarono il Centro antiviolenza.

Quello di borgo Marodolo è dedicato alle sovversive. "In questi borghi popolari d’Oltretorrente vissero molte delle donne che, durante il regime fascista, finirono per essere coinvolte nella rete di sorveglianza poliziesca, schedate e bollate come “sovversive” dalle autorità di Pubblica sicurezza - raccontano il Centro Studi Movimenti, che ha curato il progetto -.
In borgo Marodolo, ad esempio, viveva Alice Cesena, condannata dal Tribunale speciale per la difesa dello Stato nel 1931 con l’accusa di aver confezionato bandiere rosse; viveva Rosa Pianforini, moglie del «noto comunista» Dante Gorreri, condannato al confino di polizia; viveva Ada Nicolini, nella cui casa, nell’ottobre 1922, la polizia ritrovò un entusiastico volantino che raccontava di come anche le donne comuniste del quartiere, finalmente, si fossero costituite in gruppo politico organizzato. In tutti i borghi, poi, abitavano molte altre donne che, nonostante le difficoltà, per venti lunghi anni si mantennero irriducibilmente ostili alla dittatura mussoliniana, pagando anche a caro prezzo la scelta antifascista. Vivere con lo stigma della sovversiva, infatti, non era facile per una popolana: non rassegnarsi al regime significava non solo povertà, fatica a trovare anche la più misera occupazione ma, spesso, anche dover provvedere da sole al mantenimento dei figli nel caso – molto frequente – in cui i compagni fossero condannati a pene detentive".