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Alessio Boni: «I lutti nella mia Bergamo»

di Mara Pedrabissi

03 Maggio 2020,03:06

«Se togliamo la balneazione ai Caraibi, crollano i Caraibi. Se togliamo la cultura all'Italia, crolla l'Italia. E' la nostra specificità, occupiamo lo 0,5% della crosta terrestre, deteniamo il 70% del patrimonio culturale del pianeta»: è un fiume di parole Alessio Boni, voce che non si dimentica, carriera lunga e densa, tanti premi sulla mensola, un catalogo di ruoli per il cinema, la tivù e il teatro. E una spiccata vocazione alle cause sociali. Anche ora, che sta vivendo una "giornata particolare" della sua esistenza, è tra i propugnatori della petizione «L'arte è vita», sulla piattaforma Change.org, insieme a colleghi da tutte le arti (Fresu, Gifuni, Lo Cascio, Amii Stewart, Sonia Bergamasco...), per dare voce anche ai precari dello spettacolo, in ombra. Ieri ha partecipato alla chat voluta dal ministro Franceschini per raccogliere idee per la ripartenza.

Alessio Boni, in questi giorni si sta spendendo molto...

«Come è importante che ripartano fabbriche, ristoranti, negozi, è fondamentale che il mondo dello spettacolo non rimanga al palo: chi vive di arte non può attendere all’infinito e se l’Italia ha bisogno di tornare a vivere, ha bisogno anche di arte. Sono numerosi i lavoratori del settore, non tutti fortunati come me. Molti hanno contratti intermittenti, senza tutele. Sono fermi da febbraio. Va bene, ci sono i 600 euro che con i fondi del Fus dovrebbero diventare 800, ma so di colleghi che stanno faticando molto ad ottenerli, tra lungaggini e burocrazia. Il modello di welfare francese per lo spettacolo funziona bene: perché non lo possiamo copiare, come i format dei programmi di successo? Altro tema, il governo non si sta ponendo la questione del teatro: quali prospettive?»

Il ministro Franceschini, qualche settimana fa, ha abbozzato l'ipotesi di una sorta di Netflix per il teatro.

«Prima dobbiamo sapere quando e come riaprire, perché molti teatri rischiano seriamente di saltare. Poi, certo, si può pensare che, anziché riempire un teatro di 700 posti, si vendano 350 biglietti e si renda fruibile lo spettacolo anche su una piattaforma a pagamento, a un prezzo ragionevole. Forse così si può intercettare nuovo pubblico, più giovane magari. Ma servono investimenti: lo streaming non lo fai con un telefonino».

Intanto ci rivediamo delle repliche in tivù. Rai2 ripropone La Compagnia del Cigno, la serie di Cotroneo, rivelazione della scorsa stagione.

«Pensi, stavamo sul set a Milano per la seconda serie, incentrata sulla resilienza, tema perfetto per questo periodo. Dopo qualche settimana di lavorazione, lockdown. Ci siamo interrotti. Anche qui non sappiamo niente».

Come immagina il ritorno sul set?

«Nell'immediato non lo immagino. Il cinema, la fiction richiedono il contatto: tu abbracci tuo figlio, la tua donna, un amico. Se togli queste scene, togli l'essenza stessa. Si potrà tornare solo quando sarà sotto controllo il coronavirus».

E il pubblico? Avrà voglia di tornare?

«Ne avrà una voglia pazzesca, perché gli è stato tolto tutto ciò che aveva e dava per scontato. Io stesso l'altro giorno ho camminato in quartiere, qui a Milano, cuore della zona rossa, ho sentito la gioia di respirare».

Vive a Milano ma è figlio della martoriata Bergamo. Abbiamo negli occhi gli strazianti fotogrammi di quelle lunghe file di bare...

«La situazione della mia città è un grande dolore per me. Il New York Times le ha dedicato un servizio, bellissimo e fortissimo. Ho perso molti affetti, mia zia Laura che aveva 66 anni, il fotografo Silvano Marini, amico dei miei genitori... mi aveva fatto l'album della cresima. Non abbiamo potuto piangerli. Vivo una dicotomia: fuori l'inferno, in casa la gioia con Nina e il nostro bambino...».

E' diventato papà per la prima volta a 53 anni. Com'è?

«Non so se è diverso perché non l'ho provato a 25. Posso dire che è un'altra forma d'amore. L'amore esige tutto e ha il diritto di farlo. Tu hai il tuo lavoro, le tue passioni, i tuoi hobby... poi nasce quella "cosa" lì e si apre la Cappella Sistina».

Il parto in piena emergenza, è stato complesso?

«No, tre giorni alla clinica Mangiagalli, nessuna complicazione. Lorenzo è tutto nostro, non l'ha ancora visto nessuno, se non via telefono. Aspettiamo il 4 maggio, se i miei riescono a venire. Ma mi lasci dire, a, ancora, viva la cultura».

 

© Riproduzione riservata

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