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TABIANO

Dezfuli, il reporter che «rincorre» i migranti salvati

11 maggio 2019, 05:00

Dezfuli, il reporter che «rincorre» i migranti salvati

Simona Gonzi

Dopo uno dei più grandi naufragi degli ultimi anni - quello dell’aprile del 2015 dove sono rimaste coinvolte 900 persone nel canale di Sicilia - un gruppo di giovanissimi ragazzi tedeschi decide di autofinanziarsi, fondare una Ong e con un’azione di crowdfunding riesce ad acquistare un peschereccio equipaggiato per la loro missione: salvare vite nel Mediterraneo.

La nave si chiama Iuventa, la ong Jugent Rettet – «gioventù che salva» tradotto –, la più giovane e discussa Ong che ha operato in questo scenario e sotto sequestro a Trapani dall’agosto del 2017 con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

In una delle operazioni a bordo della Iuventa c’è anche César Dezfuli, giornalista e fotografo freelance, in questi giorni a Tabiano per rincontrare due dei ragazzi salvati da un gommone alla deriva e oggi ospiti della cooperative Xenia.

«Il 1 agosto del 2016 – racconta Dezfuli, ricordando la sua esperienza sulla nave della Ong tedesca – 118 persone sono state tratte in salvo a 20 miglia nautiche dalla costa libica, su una delle centinaia di imbarcazioni di questa rotta migratoria negli anni passati. Nel 2016 i record storici furono superati: 181.436 migranti furono tratti in salvo mentre 4.576 persero la vita in mare. Mi sono chiesto chi c’era dietro a questi numeri e ho deciso di imbarcarmi sulla Iuventa per cercare di dare un volto a questa a realtà, per ''umanizzare'' questa tragedia».

Dezfuli realizza così un reportage di 118 ritratti, uno dei quali diventerà in seguito la copertina di un numero del settimanale «Internazionale», sulle persone che quella notte hanno viaggiato sullo stesso gommone immortalati pochi minuti dal salvataggio, lasciando parlare solo le immagini: «I loro volti, i loro sguardi, i segni sul loro corpo, raccontano lo stato in cui si trovano in un momento che segnerà le loro vite per sempre – continua il reporter spagnolo – anche se quando si parla di immigrazione è importante parlare non solo del mare ma di Libia, della situazione reale che c’è in quel paese dove una volta arrivati, attirati anche da una cattiva informazione sulla reale situazione, per questi ragazzi non c’è più la possibilità di tornare indietro e l’unico modo resta il mare, senza sapere dove li porterà, in quale paese, in quali condizioni, verso quale futuro».

Oggi Dezfuli vuole documentare con un libro quello che è accaduto prima e dopo il mare a quei 118 ragazzi, cercandoli in giro per l’Europa. «Per ora di quel gommone ne ho ritrovati 55, con una ricerca via Facebook e un passaparola tra loro che si sono sempre tenuti in contatto da quell’esperienza. Molti lavorano. Dopo un percorso come quello di Alseny qui a Tabiano, alcuni si trovano in Italia altri in Francia, Inghilterra. Di loro, purtroppo, uno non c’è più a causa di una malattia e un altro perché suicidato».

A Tabiano c’eravamo anche noi il giorno in cui César e Alseny si sono rincontrati e anche se non parlavano la stessa lingua, se il colore della pelle non era lo stesso, non venissero dalla stessa famiglia è stato come vedere due fratelli che si erano persi di vista per un po’ ma che, in qualche modo, hanno sempre saputo che un giorno si sarebbero rivisti.

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