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INTERVISTA

Lino Guanciale: «A Parma con un ruolo duro, poi mi aspetta il set»

di Mara Pedrabissi -

12 maggio 2019, 05:28

Lino Guanciale: «A Parma con un ruolo duro, poi mi aspetta il set»

Finemente impastato di talento e cultura - con l'uno è nato, con l'altra è cresciuto - Lino Guanciale ha nel chiaro degli occhi uno sguardo di “pietas”, nel senso classico, di amore e rispetto per chi gli è prossimo, come dimostra, nel privato, agli amici (a Parma ne conserva parecchi, dagli anni trascorsi nell'Ensemble di Teatro Due) e, in pubblico, nelle scelte professionali, in teatro su tutto. Lo riprovano i due spettacoli con cui torna sulle nostre scene: a Teatro Due «La classe operaia va in paradiso», regia di Claudio Longhi, e al Teatro Nuovo di Salsomaggiore «Itaca... Il viaggio», due modi diversi e complementari per raccontare un'humanitas da recuperare.

Il regista Elio Petri, una Cassandra del nostro cinema che ci ha svelato, inviso o inascoltato, l'Italia degli anni Settanta, tra lucide analisi e stilettate grottesche, con «La classe operaia va in paradiso» (1971) vinse sì al Festival di Cannes ma, in patria, fu oggetto di critiche, sia da parte dei “padroni” che dei sindacati, ugualmente attaccati.

Lino Guanciale, come è arrivato a portare in teatro il film, quasi 50 anni dopo l'uscita nelle sale?

«E' un progetto in cui sono entrato prima dell'inizio, perché l'ho proposto io. Quando il regista Claudio Longhi stava preparando il piano triennale, sul tema di crisi e lavoro, da presentare per il concorso da direttore di ERT, il teatro stabile dell'Emilia Romagna, mi chiese un titolo, un classico cinematografico contemporaneo. Di getto, indicai il film di Petri e lui accettò, forse perché non lo ricordava bene (ride, ndr). Poi, però, lo ha rivisto e si è viepiù convinto della necessità di realizzare non un semplice adattamento ma un cantiere aperto su cosa è stato all'epoca e su cosa può essere oggi vedere “La classe operaia va in paradiso”».

Ci arriviamo: il film di Petri, durissimo e bellissimo, è però fotografia di un'epoca. Come diventa oggi?

«E' evidente che il film parla un linguaggio che non si usa più, non perché sia cambiata la sostanza ma perché la cultura egemone ci dice che gli operai non esistono più. Ma lavoratori non tutelati ci sono, eccome: dal rider che consegna il cibo a domicilio, agli addetti della grande distribuzione online, ai 50-60enni che perdono il lavoro, ai ragazzi iperscolarizzati che devono accettare mestieri di ripiego, il cosiddetto cognitariato. La differenza, rispetto ad allora, è che siamo molto più soli. Portando in giro lo spettacolo, abbiamo visto che in tanti si riconoscono nell'uomo-macchina alienato, dal giovane senza certezze per il suo futuro fino all'imprenditore, a chiunque oramai coincida con il lavoro che fa».

Lei interpreta l'operaio Lulù Massa, ruolo che fu del grande Gian Maria Volonté. Come ha costruito il personaggio?

«Ho guardato tante e tante volte il film. Come tutti gli attori della mia generazione, conoscevo a memoria le battute di Volonté, della Melato e di Randone. Ma quando ho proposto il progetto, non avevo in mente i loro pezzi di bravura né l'idea di sfidare un mito. Del film mi restavano soprattutto le scene degli interni familiari, i personaggi con lo sguardo imbesuito davanti alle luci blu del televisore, sempre inquadrato da tergo mai di fronte, che trasmetteva la pubblicità. Ho sempre riconosciuto in quell'immagine forse la profezia più forte del film, ovvero la perdita della coscienza politica in favore di un rimbambimento consumistico che ai nostri giorni viviamo nella fase matura. Se sostituiamo a quelle luci blu, le luci bianche dei nostri smartphone che ogni due minuti ci invogliano con un messaggio, il cerchio si chiude. Ecco, poi, a un certo punto ho cancellato tutto e ho cercato di lavorare in modo originale. Ho costruito il mio Lulù Massa, rendendolo anche più sgradevole e più razzista. Più cattivo, nel senso etimologico di prigioniero, in modo da rendere più straziante il momento in cui si taglia il dito nell'incidente in fabbrica. Lì scopre di aver fallito e di aver bisogno degli altri».

Nel film, però, Lulù non addiviene mai a una vera presa di coscienza.

«Anche nello spettacolo. Quando Lulù sogna il paradiso degli operai, tutto è avvolto dalla nebbia. E qui c'è una critica, forte, anche alla Sinistra: il paradiso è accontentarsi di piccole conquiste? Il paradiso, il posto dove si sta bene tutti, come lo costruiamo?»

Da un lavoro corale, con un cast importante, a un monologo accompagnato dalle musiche dal vivo e con la regia di Davide Cavuti: è «Itaca… Il viaggio», visto lo scorso anno a Torrechiara e sabato prossimo in scena a Salsomaggiore.

«Da artigiano d'arte, con questo spettacolo voglio avvicinare le persone alle mie passioni, letterarie e cinematografiche. Racconto anche cenni biografici: è un trucco empatico per far comprendere che l'arte ci può cambiare, migliorare la vita anche se non si è artisti».

Come uomo di teatro, a Parma conosciamo bene e da tempo Lino Guanciale. Per i più, però, è diventato famoso con le grandi fiction di Rai1 e Rai2. Quali tornano e quali si interrompono?

«Adesso non posso dire nulla, veramente...»

Ci proviamo noi: tornerà l'Allieva con Alessandra Mastronardi e dovremmo vederla anche in una fiction inedita uscita dalla penna di Maurizio De Giovanni...

«Posso solo dire che nei prossimi mesi ci saranno tante cose da girare per Rai1 e Rai2, alcune sono novità con produzioni internazionali. Per i lavori iniziati, stiamo decidendo cosa far continuare. So che è molto vago, ma, per un po', non posso dire di più. Ecco, non credo che si resterà delusi».

Giovedì alle 17 insieme al regista Claudio Longhi e agli attori della compagnia incontrerà il pubblico di Teatro Due. Sabato alle 10.30 sarà in piazzale San Francesco per l'inaugurazione di «Talking Teens - Le statue parlano!» (ha dato voce al Monumento al Partigiano). L'incontro diretto con il pubblico è sempre fondamentale per lei...

«Sempre, sono fatto così. Vado avanti con questa prossimità con le persone a cui comunque sono molto grato per l'affetto con cui mi seguono».

 

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