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TACCHI E TACCHETTI

Valentina: "Donne arbitro? Adesso fischiamo noi"

di Laura Ugolotti -

13 maggio 2019, 05:00

Valentina:

Valentina Zavanelli, 34 anni, triatleta. È la prima (e unica) donna della sezione Aia – Associazione Italiana Arbitri - di Parma a essere stata promossa dalla Cra – Commissione regionale arbitri Emilia Romagna alla Can 5, la Commissione nazionale. Tradotto, è la prima donna di Parma a poter arbitrare partite nazionali, serie A e B, di calcio a cinque.

«Per me è un grande motivo di orgoglio e soddisfazione», dice, ma anche – aggiungiamo noi - un traguardo che si raggiunge per merito, non certo per fortuna.

«Ho iniziato a giocare a calcio quando avevo 6 anni – racconta -, con i maschi, e a 13 sono entrata nella mia prima squadra femminile. Una grande passione che mi ha portata a giocare prima in serie A e poi in Nazionale. Quando ho smesso avevo 24 anni».

Un po’ di esperienza – è il caso di dirlo - «sul campo», insomma, se l’è fatta.

«Dopo uno stop di due anni lontana dal pallone, mi hanno proposto di provare ad arbitrare. All’inizio non ne volevo sapere, non vedevo di buon occhio la figura dell’arbitro, però era pur sempre una sfida, e io amo le sfide».

Nel 2009 il primo corso, poi il fischietto.

«Ho iniziato ad arbitrare i Giovanissimi. La cosa bella è che i ragazzini di 15 anni si arbitrano praticamente a soli; in compenso le offese che arrivavano dalle mamme sugli spalti sono le peggiori che mi sia mai capitato di sentire».

Dopo un anno e mezzo, Valentina passa definitivamente dal calcio a 11 (in cui le donne hanno pochi sbocchi a causa dei limiti di età) al calcio a 5.

Altra sfida, altro obiettivo.

«Il calcio a 5 è uno sport completamente diverso. Gli spazi sono più piccoli, il gioco più veloce. E i pregiudizi duri a morire. Arbitrare non è mai semplice, ma per una donna le cose si complicano. Le battute sessiste non mancano, “Vai a fare le lavatrici” è uno dei più gettonati».

Che le donne non capiscano nulla di calcio, in effetti, è una convinzione abbastanza diffusa. Non sempre azzeccata, però.

«Per arbitrare a livello nazionale – spiega Valentina – esiste una graduatoria. Ogni sabato, durante le partite, siamo seguiti da osservatori che valutano il nostro operato. A fine anno, si tirano le somme e si decidono le promozioni. Periodicamente, poi, dobbiamo sostenere test atletici e quiz sul regolamento. Non è una professione, ma richiede una preparazione da professionisti».

Da quando è stata promossa, Valentina ha arbitrato di verse partite di serie B e ha esordito (anche se solo come cronometrista) in serie A.

«Cosa serve? Una forte personalità, prima di tutto. In campo devi essere autorevole. Gli uomini sono scettici se vedono una donna con il fischietto, pensano sempre di saperne di più: devi entrare in campo e farti rispettare».

Non solo. «Servono grandi doti di concentrazione. Tutto accade molto velocemente, non ci si può distrarre, bisogna sempre stare concentrati. E non è facile nei palazzetti, quando a volte solo una balaustra ti divide dalle urla del pubblico. All’inizio soffrivo di più gli insulti e le battute, ora invece ci ho fatto l’abitudine. In campo non posso permettermi distrazioni».

Ad aiutarla, in questo, il triathlon.

«È uno sport di endurance che mi serve da tanti punti di vista. Gli allenamenti di nuoto, bici e corsa mi permettono di essere sempre in forma e allenata, ma soprattutto il triathlon allena la testa e la concentrazione, ti insegna a convogliare le energie dove servono».

La cosa più bella dell’arbitrare?

«È una passione, mi diverto ad ogni partita. Sapere che da una mia decisione può dipendere l’esito di una partita, o addirittura di una stagione, è una grande responsabilità. E adrenalina pura».

La cosa più brutta?

«Non ce ne sono di cose brutte. Per me il calcio, non solo quello giocato, è sempre stato una passione e la è ancora oggi».

Un sogno nel cassetto?

«Per arrivare a dirigere livello internazionale credo ormai di essere fuori tempo massimo, ma mi piacerebbe poter arbitrare una partita importante, una finale scudetto o la Coppa Italia. Chissà, magari tra qualche anno…».

 

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