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Tribunale

Marito-padrone condannato a 3 anni e 9 mesi

16 maggio 2019, 05:05

Marito-padrone condannato a 3 anni e 9 mesi

Roberto Longoni

Lei non era brava a cucinare, a stirare, a organizzare le cose di casa, a crescere i figli. Questo almeno per il marito, che non perdeva occasione di farglielo pesare. A guadagnare, poi, non se ne parli: perché era lui e solo lui quello che permetteva alla loro di essere una famiglia benestante. D'accordo, anche la moglie aveva lavorato, per un certo periodo, ma alle dipendenze del coniuge. E il consorte-padrone (in tutti i sensi) i soldi dello stipendio li versava direttamente nel conto di coppia che, guarda caso, era sotto il suo controllo assoluto. Tanto che lei non possedeva né carte di credito né bancomat. Quando non bastava tirare le briglie economiche, erano grida e ceffoni. Violenza sotto varie forme, anche sotto le lenzuola, perché lei, la moglie, la sillaba no non poteva pronunciarla. Ci sono voluti decenni, ma alla fine una 40enne di origini campane s'è affrancata da un matrimonio avvelenato da possessività e gelosia. Ieri, al termine di un doloroso processo, il presidente del collegio giudicante Paola Artusi ha apposto un altro sigillo alla sua liberazione, condannando il marito a tre anni e 9 mesi per violenza sessuale (solo per un episodio del dicembre 2016, assolvendolo dalle accuse di altre violenze, mancando gli elementi per poterle dimostrare) e per maltrattamenti (ma assolvendolo dal reato di maltrattamenti ai figli).

Lei era una quattordicenne, quando si ritrovò fidanzata a quell'uomo, di una decina d'anni più grande. Campana come lui, che nel frattempo s'era trasferito a Parma per avviare un'attività. Quattro anni dopo, appena maggiorenne, lo aveva seguito al nord come sua sposa. Ben presto si accorse a proprie spese dell'aria che tirava in casa. Forse senza stupirsene più di tanto, perché questo era l'esempio nel quale era cresciuta, con un padre dispotico e una madre sottomessa. Presto vennero due figli maschi e poi una bimba, a sua volta vittima della possessività del padre (con il quale, invece, pare che leghino bene i fratelli). Fu grazie a lei che emerse la situazione della madre. Aveva sei anni, la piccola, quando scoppiò in lacrime a scuola. Era il giorno di San Valentino, e un compagno di classe le donò una rosa e una scatola di cioccolatini. «Papà s'arrabbia, se torno a casa con questi» esclamò la piccola. La bimba poté contare sulla solidarietà degli altri: i dolcetti furono divisi tra i banchi e la rosa rimase alla maestra.

Intanto, in casa, la madre continuò a subire. Presunte violenze che non possono essere provate per mancanza di certificati. «Quando le donne sono così maltrattate che si vergognano a farsi refertare, tutto diventa più difficile» sottolinea a questo proposito Anna Papadia, avvocato di parte civile che ha tutelato la quarantenne in questa delicata battaglia. Pare che l'atmosfera fosse così pesante da diventare insopportabile anche per altri: la madre e la sorella della vittima, da lei e dal marito ospitate per un lungo periodo a Parma, decisero di andarsene perché troppa era la tensione. Ma non senza aver assistito a due episodi di violenza. Infine, nell'aprile del 2018, la bimba si presentò a scuola con un occhio nero. Disse che era stato il padre a farglielo, con un ceffone, per punire un suo intervento in favore della mamma.

A quel punto, lei, la madre, scoprì di non essere così sola. Chi fino a quel momento l'aveva vista come una «solitaria supponente» capì che era solo una «prigioniera»: altre donne l'ascoltarono e la convinsero a parlare a chi di dovere. Cresciuta in un ambiente nel quale i carabinieri erano visti come i «nemici», proprio a loro la quarantenne si rivolse, per sporgere finalmente denuncia: anche per le violenze sessuali e i maltrattamenti subiti nel corso degli anni. Il marito venne allontanato da casa e dai figli (misura ieri revocata). Ora, tra le pene accessorie, quella che costringe l'uomo al risarcimento del danno alla parte civile. La cifra? Un euro, come chiesto simbolicamente dalla moglie. Certe cose non hanno prezzo.

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Roberto Longoni Lei non era brava a cucinare, a stirare, a organizzare le cose di casa, a crescere i figli. Questo almeno per il marito, che non perdeva occasione di farglielo pesare. A guadagnare, poi, non se ne parli: perché era lui e solo lui...

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