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Intervista

Dacia Maraini a Parma per raccontarsi

22 maggio 2019, 05:02

Dacia Maraini a Parma per raccontarsi

PATRIZIA GINEPRI

La questione femminile è sempre stato un tema caro a Dacia Maraini. Nel suo ultimo libro «Corpo felice. Storie di donne, rivoluzioni e un figlio che se ne va» assistiamo a un dialogo tra una madre e un figlio perduto perché mai nato. Eppure questo figlio è vivo, poiché abita nei ricordi e nella mente della mamma che lo immagina in fasce e poi crescere, diventare adulto e lottare. E' un racconto pieno di vita, di ribellione all'ingiustizia, di indipendenza e forza morale.

Il libro si apre con lei bambina a Kyoto che scappa dai suoi genitori per un'accusa ingiusta. Qual è la sua idea di giustizia?

Bisogna credere nelle persone prima che vi sia una prova contraria e poi esistono le leggi e devono essere applicate. Riguardo all'episodio di Kyoto racconto un episodio per far capire da cosa nasce la mia ribellione alle ingiustizie: scappare di casa per l'offesa di non essere stata creduta.

Che infanzia è stata la sua?

Ero una bambina tranquillissima e studiosa. Passavo ore e ore a leggere. Naturalmente giocavo, non ero una musona, avevo amici, ma soprattutto volevo imparare. I libri sono stati la mia prima grande passione e hanno indubbiamente sviluppato la capacità di combattere le ingiustizie. Da adulta mi sono chiesta se rivoltarsi sia un fatto naturale oppure un apprendimento culturale. Lo ritengo più un evento naturale. Anche gli animali si rivoltano contro le ingiustizie. Poi riflettendo ho colto una differenza: gli animali lasciano libero sfogo alla loro ribellione, mentre gli essere umani possono essere manipolati e lasciare in letargo il sentimento di rivolta. Altrimenti non si spiega il nazismo.

Dal 1943 al 1946 la sua famiglia fu internata in un campo di concentramento, che ricordo ha di quella terribile esperienza?

E' stata l'esperienza più drammatica della mia vita, da cui pensavo di non uscirne viva. Ogni sera mi stupivo di essere ancora al mondo. La fame e la povertà non si dimenticano mai.

Già in passato aveva ricordato l'esperienza della perdita di un figlio molto desiderato. Per quale motivo ha sentito la necessità di rievocare quel momento doloroso?

La ferita c'è ancora, non si rimargina evidentemente. Perciò torno a parlarne. Ma questa volta con più voglia di inventare e fantasticare. Non è stato un progetto a tavolino.

Noi donne a quale corpo felice dovremmo aspirare?

Storicamente abbiamo imparato soprattutto a dare, mentre non sappiamo chiedere per la nostra felicità. Spesso soggiaciamo all'idea che in fondo noi dobbiamo sopportare una certa quantità di sofferenze, di sottomissioni perché ci sembra che faccia parte della natura. Invece non è così. Corpo felice è un corpo che sa anche ricevere.

Perché nel suo libro ha deciso di dare voce a un adolescente e alle sue contraddizioni?

Ho visto moltissime amiche femministe alle prese con i figli maschi nel momento in cui, alla cultura della famiglia, si sovrappone la legge del branco, del gruppo maschile a cui vogliono appartenere, spesso violento. Quindi esiste un momento di passaggio pericoloso, dall'educazione familiare all'educazione dell'ambiente, che spesso i giovani attraversano per guadagnarsi una propria identità, senza avere abbastanza forza. Magari per ribellarsi, cadono nelle trappole della droga oppure della criminalità oppure di una certa anarchia misogina.

Qual è la via d'uscita?

Il ragazzo ha un momento di sbandamento poi, quando si innamora, finalmente capisce e torna anche alle idee della madre che erano ideali di libertà, di cambiamento di rispetto verso l'altro. L'amore è un grande motore di comprensione della realtà. Quando si ama si vuole conoscere, si rispetta l'altro, si vuole approfondire, e allora cadono tutte le convenzioni, i luoghi comuni su donne e uomini.

I suoi romanzi sono una meravigliosa carrellata di protagoniste forti e determinate. Qual è la donna più coraggiosa che le viene in mente?

Sicuramente mia madre. Mi ha insegnato a essere libera di testa, a credere e difendere le mie idee. Molte delle protagoniste dei miei romanzi si ispirano a lei, che è stata una donna di un coraggio straordinario. Molto determinata e forte. Si è comportata in maniera straordinaria anche in campo di concentramento tenendo su il morale di tutti.

Nella società in cui viviamo quali sono i diritti che le donne devono ancora conquistare?

Credo si debba guadagnare terreno dal punto di vista culturale. Molte donne hanno introiettato i valori del mondo patriarcale. Ad esempio l'idea che, per ottenere qualcosa nel mondo, bisogna utilizzare il linguaggio della seduzione. E' un concetto sbagliato perché riduce la donna a un corpo. Il pensiero, la parola, il carattere, la cultura scompaiono quando si mette in moto il linguaggio del corpo, che va benissimo ma non può essere isolato e reso unico. Quando noi vediamo ovunque, sui muri delle città, in televisione, che per vendere un automobile bisogna mettere di mezzo un corpo femminile passa il concetto. Molte donne si identificano, credono che quello sia l'unico modo di farsi sentire nel mondo patriarcale. Ma è sbagliato perché cancella tutto il resto.

Il femminismo è morto?

L'ideologia non c'è più, ha esaurito la sua carica. Esiste ancora, tuttavia, l'idea della solidarietà, del fatto che le donne riconoscano la propria condizione storica di repressione, di mancanza di libertà. Sentiamo spesso di leggi liberticide, le conquiste non sono eterne, bisogna lottare sempre. Il mondo cambia e ci sono movimenti politici contrari all'autonomia e alla libertà delle donne.

Crede nell'alleanza tra donne?

Certamente. Ci credo come principio, poi naturalmente bisogna vedere quante donne hanno paura di applicarla. Però molto è cambiato da prima del femminismo.

La sua straordinaria esistenza si è intrecciata con fatti e volti tra i più memorabili del Novecento. Che cosa le hanno insegnato personaggi come Pasolini e Moravia?

A essere fedeli alle proprie idee e a difenderle. E poi avere un atteggiamento critico verso la realtà, non accettare passivamente quello che ci viene proposto come la cosa migliore. In sostanza giudicare, ma senza moralismo e accanimento. Io ho un atteggiamento tollerante, non sono una fanatica. Se uno crede in un'idea deve battersi, ma non con la violenza e gli insulti Credo nella ragione.

Che ricordo ha di Bernardo Bertolucci?

Un ricordo molto bello. Mi tornano in mente gli anni in cui tutte le sere si andava a cena insieme. C'erano tanti amici, c'erano Pasolini, Siciliano, Garboli, Natalia Ginzburg. Bernardo era ironico, allegro, spiritoso. Era una persona molto piacevole e si stava bene in compagnia con lui.

Il linguaggio è cambiato, i social hanno preso il sopravvento. Come reputa lo stato di salute della lingua italiana?

Oggi esiste il linguaggio della rete, pessimo perché si è dato sfogo a un italiano caotico, viscerale, disordinato pieno di luoghi comuni. E farcito di termini stranieri senza nessun interesse verso l'eleganza e la bellezza della lingua italiana. Poi c'è la lingua degli scrittori che secondo me continua a essere elevata. Dovremmo essere orgogliosi della nostra lingua, invece la maltrattiamo usando gerghi e luoghi comuni, la umiliamo infarcendola di parole straniere: una forma di servilismo linguistico.

Quale futuro per i nostri giovani?

Oggi viviamo in una società impaurita, occorre più fiducia, ma anche un diverso approccio. Io viaggio molto e trovo ovunque ragazzi italiani preparatissimi, che fanno carriera nella scienza, nella tecnologia, nel design. Noi formiamo i migliori talenti che poi vanno all'estero perché in Italia non trovano un lavoro adeguato e credibilità. Uno dei difetti più gravi del nostro Paese è quello di non credere nella meritocrazia e di non applicarla. Siamo ancora legati all'idea feudale del fedele al capo, dell'appartenenza a una famiglia, a un ambiente, a una bandiera. Questa è una delle ragioni del nostro ritardo storico.

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