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PROCESSO

Pesci, l'accusa si aggrava: violenza di gruppo. E lui contrattacca

23 maggio 2019, 05:10

Pesci, l'accusa si aggrava: violenza di gruppo. E lui contrattacca

GEORGIA AZZALI

Si muove freneticamente nel corridoio davanti all’aula di udienza, Federico Pesci. Ha in mano una grande cartella in pelle marrone. Poi, non resiste e mostra le gigantografie dei messaggi che la ragazza gli ha inviato qualche giorno dopo la notte nell’attico. «Vedi - dice - io gli scrivo per chiederle come sta, e lei mi risponde “buongiorno caro” e poi ancora “bene, a parte la gamba”. Sotto mette anche la faccina sorridente. Ma sono i messaggi di una che è stata stuprata? Dopo quelle ore, mi aveva chiesto di dormire lì, e sono stato io a dirle che doveva andarsene perché dovevo andare a lavorare». Si sente un leone in gabbia. Vorrebbe parlare ancora, ma l'avvocato Fabio Anselmo lo blocca. Sesso estremo, quella notte tra il 18 e il 19 luglio scorso, ma nessuna violenza: continua a ribadirlo. A dire che «le prove usciranno al processo». Ma poco dopo l'inizio del dibattimento il pm Andrea Bianchi cala la carta che aggrava la posizione di Pesci: l'imputazione passa da concorso in violenza sessuale a violenza di gruppo. È la linea tracciata dalla sentenza dei giorni scorsi del gup Fiorentini, che ha condannato il pusher nigeriano Wilson Ndu Aniyem, compagno dell'imprenditore in quelle ore di sesso, droga e alcol, a 5 anni e 8 mesi con rito abbreviato.

E la modifica dell'accusa è tutt'altro che un dettaglio, perché la pena prevista è più alta: parte da 6 anni e può arrivare fino a 12. Un cambio in corsa da parte del pubblico ministero - per quanto ipotizzabile dopo la decisione del gup sulla posizione di Aniyem - che convince i difensori Fabio Anselmo e Mario L'Insalata a chiedere un rinvio per poter anche ricalibrare le domande ai testimoni in attesa fuori dall'aula. Sia il pm che le parti civili (gli avvocati Donata Cappelluto per la 21enne, Giovanna Fava per il Centro antiviolenza e Livio Di Sabato per il Comune) non si oppongono, ma il collegio - presieduto da Gennaro Mastroberardino - rigetta la richiesta, perché è cambiata «solo la qualificazione giuridica, ma i fatti sono rimasti immutati».

La narrazione brutale di quelle sei ore nell'attico dell'imprenditore resta la stessa anche nel nuovo capo d'imputazione: Lucia (il nome è di fantasia, ndr) che viene frustata, legata, portata in giro per l'appartamento con un guinzaglio e abusata anche contemporaneamente da tutti e due. Il processo non slitta per l'aggravamento dell'accusa, ma il dibattimento viene comunque rinviato a mercoledì prossimo, visto che le udienze precedenti si sono protratte fino al pomeriggio.

Eppure sono bastati pochi minuti, all'inizio dell'udienza, per surriscaldare gli animi. L'avvocato Cappelluto prende la parola per chiedere il processo a porte chiuse. Anche le altre parti civili e il pm si associano. E la difesa di Pesci insorge: «È un fatto che danneggia l'imputato, che ha diritto a un processo pubblico dopo tutto ciò che è stato scritto in questi mesi». Appena il collegio lascia l'aula per ritirarsi in camera di consiglio, l'avvocato Anselmo guarda le parti civili e sbotta: «Vedete cosa c'è scritto lassù - dice indicando la parete dell'aula -: "La legge è uguale per tutti". Qui si ha paura di un dibattimento pubblico». Ma le porte dell'aula resteranno aperte. La decisione dei giudici fa tacere anche i sospetti.

 

 

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