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Intervista

Anna Maria Meo: «In Europa darò voce ai teatri di tradizione»

di Mara Pedrabissi -

26 maggio 2019, 05:06

Anna Maria Meo: «In Europa darò voce ai teatri di tradizione»

"E' il combinato disposto che funziona: il teatro per il territorio che coltiva anche un progetto festivaliero internazionale. Dal Regio, realtà gloriosa ma piccola, si sprigiona un meccanismo virtuoso. E' anche questo che portiamo in Europa". Anna Maria Meo, direttore generale del Teatro Regio dal  2015, interpreta così la recente nomina a vicepresidente di Opera Europa, l'associazione professionale che raccoglie teatri d'opera  e festival europei.  Meo, insieme all'altro vicepresidente designato, il belga Aviel Cahn,  affiancherà la presidente Birgitta Svendén, direttore generale dell'Opera reale svedese di Stoccolma.

Un incarico prestigioso. Se  lo aspettava?

Francamente, no. Sedevo nel Cda da sei mesi, unica italiana insieme a Cristiano Chiarot del Maggio Musicale Fiorentino. Un primo fatto importante è che prima di questa nomina facevano parte del board solo rappresentanti delle fondazioni lirico sinfoniche mentre ora sono rappresentati anche i Teatri di tradizione. Sono convinta che Opera Europa sia un contesto fertile, dove si tessono  relazioni e scambi importanti, dove si impara dalle esperienze di altri teatri e si testimonia il valore della nostra tradizione. Inoltre rappresenta un ponte con Opera America e  Opera Latino America.

Grazie a Opera Europa, avevate aderito al progetto Opera Vision...

Sì, anche quella è una bella opportunità: consente al nostro pubblico di assistere in streaming a spettacoli che vanno in scena in molti importanti teatri europei e in questo momento mi sembra ancora più significativo, per ribadire che l’Europa culturale e musicale è viva e coesa. Oltre a questo, durante il Festival Verdi 2017 abbiamo  accolto 330  delegati da tutto il mondo, durante i quattro giorni della conferenza  che si è tenuta proprio al Regio. Una straordinaria  occasione per far conoscere da vicino quello che facciamo e,  soprattutto, la qualità che sappiamo esprimere.

A proposito di eventi e numeri, avete festeggiato i 190 anni del Teatro  Regio con una serie di appuntamenti.

In particolare ieri con la presentazione del libro  “Economicità e governance del Teatro Regio di Parma nel XIX secolo”,  MUP Editore, scritto dal rettore Paolo Andrei con Federica Balluchi, Katia Furlotti,  Riccardo Torelli, tutti studiosi dell’Università di Parma. La trovo una  pubblicazione interessantissima; spiega come il Regio sia sempre stato centrale nella vita di questa città e uno straordinario veicolo di promozione del territorio. Oggi non inventiamo nulla: già Maria Luigia era consapevole di questo valore.  Abbiamo festeggiato i 190 anni perché sono una cifra tonda, da qui partirà il conto alla rovescia che porterà tutta la città, nel 2029, a festeggiare i 200 anni. Prepariamo il terreno per chi ci sarà tra  dieci anni.

In effetti dieci anni sono un periodo lungo. Nel breve, quali obiettivi per il Teatro Regio che, va riconosciuto, sta vivendo un momento di vivacità, avendo superato una fase assai critica.

L'obiettivo principe da conseguire nei prossimi due anni è la riorganizzazione dei nostri processi interni. Stiamo investendo sul personale, in cui crediamo molto, per farlo crescere attraverso la formazione e valorizzandone le potenzialità ancora inespresse. Stiamo completando il processo di informatizzazione e abbiamo l'obiettivo di riorganizzare i magazzini, per conservare il valore degli allestimenti di repertorio che spesso ci vengono richiesti a noleggio.

Altro filone strategico è la stagione per bambini e ragazzi, il vostro  pubblico di domani. Martedì presenterete il nuovo cartellone di «RegioYoung».

Il lavoro che facciamo sui giovani è  molto strutturato e non si esaurisce con il cartellone di RegioYoung. Investiamo sul pubblico giovane perché è nostro  preciso dovere contribuire alla crescita culturale della nostra comunità, tutta, senza escludere nessuna fascia anagrafica né le fasce socialmente più deboli.

Nota dolente: il 14 maggio davanti al Tar del Lazio, si è tenuta l'udienza di merito per il ricorso contro il Ministero dei beni culturali per il limite applicato sui fondi Fus (i fondi “ordinari”) per il 2018. A breve il responso. Una sentenza sfavorevole cosa cambierebbe?

Per quest'anno nulla, perché abbiamo programmato le nostre attività contando sulle risorse certe. L’amministrazione comunale sostiene da sempre e con convinzione il teatro e i privati hanno compreso la necessità di programmare su base pluriennale e in molti siglano con noi accordi di sostegno triennale. Perfino la neonata associazione Friends con base a New York comincia a sostenere il Festival con importi significativi. Il Ministero a oggi non finanzia adeguatamente il Festival, e nonostante chieda alle istituzioni come la nostra di produrre spettacoli di qualità e di amministrare i teatri come vere imprese culturali, non fornisce poi gli strumenti per generare necessarie prospettive di consolidamento e crescita. In questo momento per noi è questo il vulnus più significativo e ci auguriamo che gli esiti del ricorso siano favorevoli e ci consentano di guardare al futuro con maggiore ottimismo.

 

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