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L'INTERVISTA

Vincenzo Pincolini racconta i «suoi Mondiali Under 20»

16 giugno 2019, 05:06

Vincenzo Pincolini racconta i «suoi Mondiali Under 20»

SANDRO PIOVANI

Un mese in Polonia a giocarsi il Mondiale Under 20: l'Italia, alla fine quarta, è stata protagonista, forse anche un po' a sorpresa, della manifestazione iridata di categoria. Giovanotti di belle speranze pescati in tutte le categorie professionistiche dal ct Paolo Nicolato. Che, come responsabile della preparazione fisica, ha chiamato un grande esperto come Vincenzo Pincolini. Che, nel suo curriculum, ha un lungo palmares di vittorie, dal club alla Nazionale. E che, con la stessa passione e dedizione, ha affrontato anche questa avventura. «Siamo partiti il 19 maggio. E al di là del quarto posto, credo si sia fatto qualcosa di importante perché la preparazione è durata di fatto solo tre giorni. Senza dimenticare che adesso ci sono gli Europei Under 21 che danno l'accesso alle Olimpiadi. Alcuni nostri giocatori (Bastoni, Zaniolo, Kean, Tonali ndr) si giocano questo traguardo che anch'io credo sia primario».

Siete partiti con il timore di non essere competitivi?

«Mah, diciamo che la squadra è cresciuta forse più di quanto potessimo aspettarci. Questo è il grande traguardo raggiunto. Perché un po' di timore c'era, inutile nasconderlo. La finalina l'abbiamo persa contro l'Ecuador, una delle grande favorite di questo Mondiale».

Alla fine di ogni partita vi radunavate in cerchio. Cosa succedeva?

«Nicolato è bravo come allenatore, ha grandi competenze calcistiche che applica con grande semplicità, con tanta umanità. Fa anche lo zio dei ragazzi. Ed è stato bravissimo a far emergere la forza del gruppo. Niente personalismi ma tanta unità d'intenti. E negli spogliatoi prima e alla fine poi, in ogni gara incitava i suoi uomini, come nel film “Trecento” a non mollare mai».

Dopo la sfida persa con l'Ucraina, dopo il gol annullato (incredibilmente) nel finale, alla tv c'è stata un'immagine che ti riguarda: Pincolini che saluta, sorridendo, gli avversari.

«Dopo tanti anni non riesco a pensare che sia una sconfitta bruciante, l'uscire in semifinale. E riesco ancora pensare, e lo pensavo sin dai tempi dell'atletica leggera, che l'occasione di conoscere altri atleti, altre storie personali, alla fine sia un arricchimento che vale ben più di un risultato. È un privilegio stare in mezzo a tanti giovani. E in queste generazioni c'è anche tanto di buono: per esempio si mescolano senza problemi, cosa che ai miei tempi era più difficile da fare, c'era più diffidenza».

Insomma siete un esempio, anche nelle dichiarazioni post gara, soprattutto dopo una sconfitta.

«Certo, perché bisogna essere forti soprattutto in queste situazioni. Una carriera di un giocatore è fatta più di sconfitte che di trionfi».

Qual è il rischio professionale e non nel lavorare con questi ragazzi? Soprattutto per uno come te che ha fatto una carriera quasi irripetibile.

«Non c'è nessun rischio. Anzi, a volte ho paura di dirgli cose sin troppe crude. Bisogna cercare di fargli crescere, come professionisti. Devono vedere la parte della passione, della dedizione e non solo quella dei contratti o dei procuratori. In questo siamo importanti, in questo Mondiale i ragazzi fanno esperienze uniche, contro i pari età più forti del Mondo».

Consigli per gli acquisti?

«Giocatori pronti per la A, per me, sono i due portieri Carnesecchi e Plizzari, poi Ranieri gran difensore centrale. Naturalmente Pinamonti, che la A l'ha già fatta».

Quando Pinamonti, ai quarti, ha tirato il rigore decisivo facendo il cucchiaio, cosa hai pensato in panchina?

«Lui è un trentino, molto freddo. Un gran giocatore. Visto che il portiere della Polonia lo aveva provocato, lui ha risposto così, bonariamente».

Alla fine cosa ti è mancato di Salso e Fidenza, della tua provincia.

«Mancavano la famiglia, gli amici, la bicicletta... Mi mancava la vita di casa. Lo può capire solo chi, come accade a noi, vive il paese giorno dopo giorno, ogni giorno».

 

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