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Amarcord, i bar degli anni Sessanta

12 agosto 2019, 05:07

Amarcord, i bar degli anni Sessanta

Lorenzo Sartorio

Non esisteva «apericena», «aperipomeriggio» o «aperimattina». Negli anni Sessanta i giovani si trovavano in quei bar sparsi in città che diventavano dei veri e propri ritrovi specie in estate.

In massima parte si consumavano gelati e bibite mentre gli aperitivi (a quei tempi considerati roba da anziani) prevedevano un «Campari» o un «Aperol» con un piattino di patatine e qualche oliva trafitta da uno stecchino.

Non esistevano quelle pantagrueliche portate che adesso caratterizzano gli «ape».

Ma partiamo con i bar più di moda di allora fra i quali il mitico «Barino» di viale Solferino gestito, dapprima dalla famiglia Mazzoni, e poi dal parmigianissimo Vittorio Greci. Un bar frequentato dai rampolli della Parma bene, dal «bon vivant» Tito Manzini e dai suoi fedelissimi tra i quali il mitico Battista Ferramola.

AL BAR MAZZONI

«Andate al bar Mazzoni in via Farini e chiedete del Cross Country Club: voi non sapete forse di cosa si tratta e, naturalmente, vi aspetterete alla vostra domanda un solenne boh! in risposta. Cadrete invece dalle nuvole perché vi sentirete attorniare da giovani e non più giovani malati di cross». Così Achille Mezzadri descriveva la culla del motociclismo parmigiano anni Sessanta, il bar Mazzoni di via Farini, in un articolo apparso sulla «Gazzetta di Parma» del 26 gennaio 1966. A gestire quello storico bar, ubicato proprio dinnanzi all'austero portone dell'Istituto Tecnico «Macedonio Melloni», due fratelli: Galeazzo ed Ermanno Mazzoni. Frequentatori del locale molti giovani fra i quali Paolo Lunardi, campione italiano di moto cross, che si davano appuntamento per la partita di boccette ma, soprattutto, per sognare quei successi sulle due ruote (le moto) di cui il «Bar Farini» fu per tanti il covo unitamente alla mitica officina di Giuliano Tassi in viale Mentana. Il bar, infatti, fu sede, dapprima del «Cross Country Club» e, quindi, del «Moto Club Parma». Altri locali di moda, in quegli anni, furono le tavole calde, poi divenute paninoteche, di «Andrea» in borgo Palmia, un simpaticissimo reggiano che, per primo, portò a Parma il carrè con maionese e porchetta e poi il «Gallery», in Galleria Mazzini, famoso per i suoi raffinati panini «firmati» dai fratelli Brindani, la «Grotta Mafalda» di via Cavestro, frequentata più che altro da melomani ed infine l’inimitabile «Pepèn» con i suoi «speciali», carrè «cotto-maionese-carciofini», «carciofe» da urlo, tartine e quelle leccornie che sapeva preparare solo lui e la moglie Lidia.

IL RITROVO DEI RUGBISTI

Gli appassionati del rugby, invece, approdavano al «Bar Centrale» di via Repubblica. Infatti, a fianco della porta di ingresso del bar, infissa al muro, campeggiava una bacheca che conteneva gli avvisi del «Rugby Parma». I «fogonisti», invece, potevano riparare, al mattino, nella sala da biliardo di Peppino in Piazza Garibaldi. Ma era in estate dove si registrava il boom dei bar parmigiani «grand» e «picén», anche perché i chioschi, in dialetto, erano definiti «bar picén». E, quando si parla di caldo, non si può non pensare ai gelati che nella nostra città ebbero vere e proprie «cattedrali» come le gelaterie: «Fiore» in via Petrarca, «Otello» in Piazza Garibaldi, alla «Centrale del Latte» che, negli anni Sessanta, divenne un luogo mondano grazie ai coniugi Carlo e Gabriella Gazza mentre alla «Raquette» regnavano i mitici gelati Tanara. Per i giovani «de dla da l’acqua» i bar più frequentati erano principalmente l’«Obelisco» di piazzale Matteotti, il «K2» di piazzale Picelli e la «Latteria 65» di via D’Azeglio gestita da due belle persone, Carlo e Laura Mantovani. Da non dimenticare il «Bar Licio» di viale dei Mille, bar estivo per eccellenza, vincitore per anni della «Coppa dei bar» che si svolgeva in notturna proprio, nel cuore dell’estate, al «Tardini». Invece, per i ragazzi della Cittadella, il ritrovo estivo era il chiosco della «Cisa» la quale dispensava granatine ai diversi sapori che si gustavano, sotto l’occhio vigile del custode del parco Adriano Catelli, dopo un’agguerrita partita di calcio o basket. Sempre romantico e aristocratico il chiosco del Parco Ducale dove venivano servite le cassate con cucchiaino a corredo immerso in un bicchiere d’acqua. C’erano anche bar che, specie in quegli anni, si tingevano un po' di politica per via dei frequentatori aderenti a organizzazioni giovanili di destra e di sinistra. Ad esempio, dal «Sordo», in Borgo Sorgo e da «Lino» in Borgo Onorato, la clientela salutava con il pugno chiuso.

RIVE GAUCHE

Ma, da «Lino», l’ideologo ed il personaggio più singolare fu Bettino Ferroni «al Beto»: poeta, meccanico di bici, ciclo amatore, tenore, filosofo e maestro di vita. Il suo covo era la storica bottega-officina di Borgo Onorato, proprio di fronte al bar, che era diventato una sua «dependance» per fare onore al buon vino e per dissertare di tutto e di niente coniugando, comunque, quel sacro valore che è la libertà. Il «Beto» incarnò per anni quella Parma scapigliata, libera, un po’ anarcoide ma tanto simpatica, caratteristica e singolare.

Un personaggio che sarebbe piaciuto sia a Fabrizio De André che a Giorgio Gaber i quali lo avrebbero immortalato in una loro canzone. I giovani di destra, invece, per comodità ed anche per sicurezza, frequentavano il bar- trattoria «Leoncino», gestito dai fratelli Sala, ubicato proprio sotto al sede del M.s.i. in via Ferdinando Maestri.

 

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