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Intervista

Eugenio Martani: «Faccio rivivere lo spirito delle antiche balere»

13 agosto 2019, 05:03

Eugenio Martani: «Faccio rivivere lo spirito delle antiche balere»

EGIDIO BANDINI

 

E' l’altra faccia della medaglia per chi parla, riduttivamente, di musica da ballo: Eugenio Martani, 57 anni, direttore dell’«Antico concerto a fiato Casanova-Cantoni», studioso e ricercatore della musica popolare e fondatore del «Museo Cantoni» a Coltaro di Sissa.

Eugenio Martani, come è nata la sua passione per la musica degli antichi concerti a fiato?

«Mio padre era ed è ancora oggi un grande appassionato della musica dei Cantoni, ma per chi è nato come me nella Bassa, c’è anche qualcosa di innato. Da queste parti infatti non c’era sagra senza “festivàl” e senza il Concerto Cantoni. Ma ci sono tre episodi chiave. Il primo a Fontanelle quando avevo 6-7 anni: ero ai piedi del palco e Serino Cantoni mi fece salire. Io rimasi in prima fila per tutta la durata di un brano tra due musicisti: Aldo Amadei “Gramigna” alla tromba ed Ettore Mora al quartino. La musica mi entrava persino dai pori della pelle. Gli altri due episodi a Colorno: in una fiera settembrina a metà anni ‘70 assistetti a una stupenda esecuzione de “L’Usignolo” da parte di Leonildo Casanova alla finestra del Palazzo Ducale; una settimana dopo, sento con i Cantoni un giovane colornese, allievo di Casanova, che suona il quartino in modo strepitoso: era Massimo Ferraguti oggi titolare della cattedra di sassofono al Conservatorio Boito di Parma. Due giorni dopo mia madre mi accompagna da Casanova a Colorno per iniziare a studiare musica; ecco da dove viene la mia grande passione per il “Concerto a “fiato”, la formazione di 12-13 strumenti inventata da Giuseppe Cantoni nel 1861».

Lo studio della “musica da ballo” ha accompagnato lo studio della storia delle famiglie, come i Cantoni, che “personificavano” i concerti. Quali sono le più interessanti scoperte che ha fatto?

«Ho scoperto, ma dovrei dire apprezzato, il grande impegno che mettevano nella musica, la loro professionalità, il gran rispetto per il pubblico. Loro suonavano veramente, senza play back: “i sonävon dabòn”, come facciamo noi! E poi il mito da sfatare che suonassero “ad orecchio” semplicemente grazie a un dono di natura: erano persone musicalmente ben alfabetizzate e avevano studiato tanto, seppure in modo artigianale, direi “a bottega”. A casa Cantoni, Casanova, Pinazzi, Ferrari, Rossi, Frazzi “Jofini” ho trovato tanta ma tanta musica, che si tramandavano da decenni e, soprattutto, scritta da loro!».

Realizzare un museo dedicato a quelle famiglie, agli antichi concerti, alla loro musica e ai loro strumenti: chi o cosa ha fatto scattare la molla?

«Collezionavo da oltre 20 anni strumenti, partiture, dischi e foto avuti in donazione dagli eredi dei principali solisti di questo genere musicale. Don Learco Paini mi scrisse proponendomi di esporre la mia collezione a Coenzo per le Feste Contadine. L’evento ebbe un tale successo, che don Learco mi esortò a farne una esposizione permanente. Iniziai a cercare una sede, che mi fu offerta dal sindaco di Sissa, Angela Fornia e dalla Comunalia di Coltaro. Serino Cantoni seppe dell’iniziativa e volle aggiungere alla mia collezione gli strumenti della famiglia Cantoni, con tanto di atto di donazione e di intitolazione del Museo. Poi arrivò l’Istituto dei Beni Culturali e con l’aiuto di tanti coltaresi e di alcune istituzioni, il museo vide la luce».

Lei oggi, assieme a Corrado Medioli, si è dato la mission di rinnovare la tradizione delle nostre “musiche popolari”. Cosa si aspetta da questo impegno nel trasmettere un modo di fare musica, che era anche un modo di vivere?

«Che la gente ritorni ad apprezzare le nostre cose genuine: a Parma ne abbiamo tante senza dover “bere” cose di provenienza estera e di cattivo gusto. E spero anche di incontrare qualche giovane con la passione vera, magari ai piedi del palcoscenico come accadde a me 50 anni fa».

 

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