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Il ricordo parmigiano

Giorgio John Squarcia: «Io, la Toffa e quel grazie mancato»

17 agosto 2019, 05:04

Giorgio John Squarcia: «Io, la Toffa e quel grazie mancato»

 

«Gent.Ma NadiaToffa, mi chiamo GJSquarcia e, anche se nessuno ci ha mai presentati, ci siamo incrociati almeno un milione di volte nei corridoi di Mediaset…».

Cominciava così la mail che, ormai tanti anni fa, scrissi a Nadia Toffa. Con quelle poche, formali, parole cominciava la nostra amicizia. Qualche tempo dopo saremmo entrati a far parte della stessa famiglia televisiva, «Le Iene», e il nostro rapporto si sarebbe consolidato in modo che allora nessuno dei due poteva immaginare. All’epoca di quella lettera io ero un romanziere in cerca di aiuto e lei… lei era già Nadia Toffa.

«Chi ti scrive è un sognatore demoralizzato…». Continuava così la mia richiesta di aiuto.

Avevo appena finito di scrivere il mio primo romanzo e stavo cercando una persona famosa che facesse da moderatore alla presentazione ufficiale.

Grazie al mio mestiere in tv avevo conosciuto, negli anni, decine se non centinaia di vips che avrebbero senz’altro attirato un folto pubblico. A tutti loro, uno per uno, avevo scritto o telefonato. Nessuno aveva dato la sua disponibilità.

Venuta a sapere del mio piccolo dramma una collega giornalista mi disse: chiedilo alla Toffa, tanto sicuramente la conosci.

No, non la conoscevo, ma neppure un'ora dopo le stavo scrivendo la mail di cui conoscete l’incipit.

Ero talmente certo che anche lei avrebbe detto di no che terminavo la lettera minacciando scherzosamente il suicidio se lei non mi avesse risposto.

Incuriosita dalla proposta o forse per non avermi sulla coscienza Nadia mi diede appuntamento a Mediaset la mattina seguente. Quel giorno, si era già in piena estate, gli studi televisivi erano deserti. Ricordo che la vidi attraversare il parcheggio incandescente per venirmi incontro, minuta, quasi fragile, sotto un carico di vestiti che doveva restituire in sartoria. Quando, pochi minuti dopo, ci sedemmo al bar lei prese la seggiola e si piantò a pochi centimetri dalla mia faccia. Come a dire: adesso fammi vedere bene chi sei.

Negli anni avrei capito che quello era il suo tratto distintivo: ti parlava quasi toccandoti. Quello sporgersi verso l’altro, verso il mondo, senza paura, era il modo in cui Nadia affrontava ogni giorno della sua vita. Non dovevano esserci filtri tra lei e chi le stava di fronte.

In quel momento c’ero io, e il mio entusiasmo. Quando finimmo di parlare quell'entusiasmo era diventato anche suo e la mia battaglia solitaria aveva trovato una compagna, una guerriera instancabile.

Il giorno della presentazione del libro, mentre attraversava mezza Italia per arrivare da me, Nadia mi ha mandato una foto dalla macchina.

In quella foto c'è tutto il suo modo di affrontare la vita, affacciata al mondo e sempre sorridente. Era il suo modo straordinario di farti sentire importante e farti capire che stava arrivando da te e per te. Senza chiedere niente in cambio. Niente.

Insomma, c’erano tutti i presupposti perché tutto andasse alla grande… se solo io non avessi rovinato tutto.

Eh già, per me quella giornata rimarrà per sempre legata al più grande rimorso, e forse alla più grande lezione, della mia vita. Fu quando ormai ero rientrato a casa che me ne resi conto. La presentazione era stata un successo, Nadia aveva, naturalmente, conquistato tutti. Eppure c’era qualcosa che mi tormentava, un'ombra che avevo visto nei suoi occhi e che fino ad allora non avevo saputo spiegare. Poi, improvvisamente, mi colpì: non le avevo detto “grazie” per quello che aveva fatto per me. Lei era venuta a realizzare i sogni di qualcuno che aveva conosciuto da nemmeno un mese e quel qualcuno, con il microfono in mano e un teatro intero che applaude, si dimentica di dirle grazie. Lei lo negherebbe (mi ha sempre detto, mentendo, di non essersene nemmeno accorta) ma io so che ci rimase male. Molto male. Ancora oggi non so darmi pace per quella mancanza. Continuo a vedere il suo sorriso, mentre ringrazia uno a uno tutti i relatori e invita il pubblico ad applaudirli, e poi lo vedo sparire quando capisce che io, sopraffatto da altre emozioni, non spenderò la parola grazie per lei.

Quella è la grande lezione che mi ha dato Nadia Toffa: quanto sia importante, ogni volta che qualcuno fa qualcosa per noi senza interessi, ogni volta che qualcuno ci fa entrare nella sua vita, dirgli, anzi urlargli, grazie!

Io non avrò più un intero teatro davanti per poterlo fare. Ho questa pagina giornale. Grazie grazie grazie Nadia.

 

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